«Eccolo.» Egli era diritto in piedi, dentro l'edicola. Era come in un ciborio di marmo. Era nudo, sol fasciato i fianchi sobrii; grande, svelto, col petto quadro. Nella sua carne i dardi parevano fitti con arte, come gli aghi crinali in una capellatura simmetrica. Il suo sangue colava parco, quasi lo ritenesse la durezza dei muscoli.
Non riconoscevo il mio giovinetto canoro, rivolto verso l'Oriente dei misteri sanguigni, turbato dalle lamentazioni degli Adornasti, dal pianto melodiante delle donne di Biblo. L'eroe scolpito dal pennello di Andrea Mantegna era di verace schiatta romana. Nella sua larga faccia, sostenuta da un collo robusto come un rocchio di colonna, la bocca dai piccoli denti schietti mi ricordava quella del giovine combattente partito per l'Altipiano. Dischiusa, non per dire una parola o per gittare un grido ma per bere l'aria silenziosa, aveva non so che purità belluina, come se vi respirasse un selvaggio istinto. Confitto presso il piede saldo e attraversato dalla cocca pennuta d'una saetta, un cero sottile portava la sua fiammella e un cartiglio dov'era scritto:
Nil nisi divinvm stabile est cœtera fvmvs.
Ma il divino lampeggiava e s'oscurava, appariva e dispariva, presente e fugace, diverso e instabile, tra il fumo dalle mille e mille forme.
Ripassando lungo l'inferriata bassa della sala terrena, mi volsi a cercare l'imagine mia giovenile inginocchiata sul musaico. Si faceva sera. Ripensai la mia finestra bassa, laggiù, su l'Ausa, dove i miei compagni venivano a chiamarmi picchiando i vetri con le nocche. Erano giovani. Intravedevo nell'ombra violetta i loro denti bianchi come quelli del San Sebastiano di Andrea Mantegna il Cesàreo.
Ora bisogna che io mi umilii. Divini et humani nihil a me alienum....
Apro a caso il libro segreto della mia memoria, e mi chino sopra questa inquieta cenere d'una mia giornata arsa.
[Il mio generale — dalla cui rude bontà m'ebbi ieri in dono una sorta di alloro spinoso sradicato alle falde del sanguinante Podgora e trapiantato in un vaso di terra rossa — il mio generale mi avverte che stamani l'oratore castrense parla alla Brigata Caltanissetta accampata in Versa.
Vado a Versa. È una mattina d'ottobre limpidissima, quasi temprata e forbita come un'arme nuova. Le strade sono già asciutte, stanno per ridiventar polverose. File di soldati, file di muli, file di carriaggi. La mia macchina grigia, snella, vibrante come una piccola torpediniera, fende i battaglioni che si aprono. Movimento insolito da per tutto. Si sente che qualcosa è nell'aria, che qualcosa di grande si prepara. Si fiuta già l'odore del sangue, come il fumo del mosto alla vigilia della vendemmia.