Volti di soldati in una specie di trasognamento, che sembrano già posati su l'erba funerea. L'anima si curva su di essi. Il cielo s'affoca d'amore. Veggo il mio volto presso quei volti, agguagliato a quella bellezza. Qualcuno si curva, mi riconosce, mi chiude gli occhi. La marea si ritira di sotto alla volta del mio capo. Due sollevano il mio corpo per coricarlo nella barella.

Perché penso a quella pietra che un giorno sollevai nella foresta opaca e lasciai ricadere sbigottito, avendovi di sotto scoperta una vita brulicante e fuggiasca?

Il Barnabita cessa di parlare. Il sacrificio della messa vien ripreso dall'officiante, con un susurro lieve, con un moto di labbra, perché ciascuno oda nel cuore la parola profonda.

«Siate facitori della Parola, e non uditori» è scritto sul pulpito di Grado, nella Basilica dei Patriarchi.

Vedo luccicare i chiodi nelle grosse scarpe del cherico inginocchiato davanti all'altare: i chiodi tra il fango, fra la terra molle, fra qualche fil d'erba e foglia morta.

I soldati sono di nuovo in ginocchio. Le teste sono chine sotto la selva lustra delle baionette. S'ode negli alberi gialli un crocidare di cornacchie sommesso. Il Duca è immobile, pensoso, con quel suo maschio pallore solcato dalla forza d'una malinconia che sembra in lui risalire dalle profondità secolari della sua stirpe di guerrieri e di santi. Egli si volta a guardare un poco in su. Il vino vermiglio brilla nell'ampolla, sopra la tavola dell'altare; e il riflesso batte nella spalla destra di Emanuele Filiberto segnando d'un segno luminoso il rozzo panno soldatesco del cappotto ampio come una tonaca senza cordiglio.

«Tenuisti manum dexteram meam, et in voluntate tua deduxisti me....»

Un giovine capitano, alto, snello, adusto, si china verso di me e mi dice a bassa voce: «Perdoni, tenente». Poi mi mette le dita nel collo e afferra una vespa che stava per pungermi. Ha la vespa viva tra il pollice e l'indice. Me la mostra sorridendo. Sorrido al ricordo della vespa che ronzava sul balcone di mia madre e che mi punse il polso, al momento del commiato. Ferita di poeta! Vulnus hyblæum.

Il crocidare fioco delle cornacchie su gli alberi d'oro accompagna la fine della messa di sangue. «Ite, missa est.» Il sacrificio è compiuto. I soldati si levano in piedi, e hanno un poco di terra molliccia ai ginocchi. Presentano le armi, mentre il Duca si muove, seguito dai suoi ufficiali, per raggiungere il luogo dove aspetterà che tutte le compagnie passino in ordinanza davanti a lui vicario della Gloria.

Il sole monta al meriggio. Le ombre sono brevi. Nella gran luce i corpi umani hanno un che di sparente, un che di labile. Quella massa di carne mortale scorre, su la prateria, non men lieve che la fuga d'una nuvola. Il passo misurato risona, come una pesta sorda; ma sembra che, dal ginocchio in su, gli uomini sieno avviluppati di silenzio, d'un silenzio remoto come quello che s'incurva laggiù su l'Alpe bianca della prima neve.