L’avvenire appariva come una nube di procella. Il Bavaro aveva gran fame d’oro: dopo aver tolto con martirio la signoria di Viterbo e il tesoro a Salvestro de’ Gatti, fece in Roma una imposta di trentamila fiorini, non senza indegnazione del Popolo che dalla presenza dell’imperatore s’attendeva larghezze e non carichi. Appresso, fece Parlamento nella Piazza di San Pietro; vestito di porpora, col globo e la verga, comparve solennemente su i grandi pergami eretti dinanzi alla chiesa; e, al conspetto della moltitudine silenziosa, con una molto lunga sentenza rimosse il prete Jacopo di Caorsa, il quale si faceva chiamare papa Giovanni ventiduesimo, dall’officio del papato e da ogni officio e beneficio temporale e spirituale; in fine promise che fra pochi giorni provvederebbe di dar buono pastore ai Cristiani. E ricongregò in fatti, poco dopo, il popolo a parlamento nel luogo medesimo; e fece venire dinanzi a sé un frate minore chiamato Pietro da Corvara; e lo mostrò ai Romani, e domandò se lo volessero per pontefice; ed eglino risposero gridando, che sì. E l’eletto ebbe nome Nicola quinto, ed entrò in chiesa trionfalmente. E poco dopo ancóra, il dì della Pentecoste, il Bavaro cavalcò verso il Vaticano, all’incontro dell’antipapa e della sua corte di cardinali scismatici; e, smontato in chiesa, mise a quel suo frate minorita la berretta scarlatta e da quello fu egli novamente coronato e confermato imperatore. Il popolo ondeggiava fra l’allegrezza delle pompe e l’orrore delle profanazioni. Ma quando, stretto dalla necessità della moneta e dalle continue scorrerie delle genti napoletane nella Campagna, Ludovico deliberò di partirsi col suo antipapa e i suoi cardinali, l’ira popolare insorse con grande strepito sì che la dipartita fu obbrobriosa come una fuga. La plebe scagliava sassi e scherni gridando: «Muoiano gli scomunicati e viva la santa Chiesa!» La notte medesima, senza contrasto, la città fu riformata all’obbedienza dell’Avignonese e dell’Angioino. Roma abiurò la fede data all’imperatore e all’antipapa, riconobbe per suo solo signore Giovanni XXII, rinunciò ad ogni diritto nella elezione pontificia e imperiale. La morte risparmiò al vecchio Sciarra Colonna l’onta dell’abiura o la pena del bando; ma Jacopo Savelli e Tebaldo cercaron grazia presso il papa e la trovarono.

Tutto si dileguò come fumo. Dalla breve illusione della maestà restituita il popolo ricadde nella tristezza dell’abbandono, si ricolcò nella sua miseria, udendo il rombo delle contese che si riaccendevano con più furore fra le torri dei grandi. Quando l’orfano ventenne Cola di Rienzo, spentosi il tavernaio della Regola, tornavasene da Anagni per la via Casilina a quella santa e terribile Roma che più d’una notte gli aveva turbato i sonni nel durissimo letto, s’abbatté in una grande compagnia di penitenti vestiti dell’abito di San Domenico, con sul mantello cilestro una colomba bianca intagliata, che venivano gridando pace e misericordia. E si mescolò con costoro, e seppe ch’eran Lombardi, gentili uomini e rubatori, micidiali e religiosi, loici e mentecatti, chiamati fratelli della colomba, condotti da un frate Venturino bergamasco dell’ordine dei predicatori. E con essi giunse in città, e li vide che si rassegnavano alle chiese e in quelle dinanzi all’altare si spogliavano dalla cintola in su e si flagellavano.

Errò per le vie anguste il contadino, smarritamente, oppresso dai ricordi della lontana infanzia; guardò le torri imbertescate, le case arse e disfatte, i palagi deserti, i chiostri invasi dall’erba e dal bestiame; s’arrestò agli sbocchi sbarrati dalle catene e dai serragli, ai capi dei ponti guardati dalle masnade con pavesi e balestre; fu testimone d’assalti, di ruberie, d’arsioni; udì a sera le laudi dei Battuti che passavano sul sangue e su le macerie a stormi tra il biancheggiare delle colombe intagliate, e ogni stormo con sua croce innanzi cantando. Come il frate da Bergamo congregò il popolo in Campidoglio per predicare la penitenza, confuso nella calca il giovine Cola stette ad ascoltare la predica; e forse per la prima volta, mentre la moltitudine gli mareggiava intorno mossa dalla parola, si risvegliarono confusamente in lui gli spiriti dell’eloquenza. Attentissimo egli era; e notò che i più attenti deridevano il frate a quando a quando cogliendolo in peccato di falso latino.

VI.

Ora appunto l’ottavo Bonifacio, che tuttavia copriva della sua grande ombra la natale Anagni, era stato il fondator vero dello Studio romano; e dalla sua terra appunto aveva egli promulgato la bolla statutaria, poco innanzi il tradimento e la prigionia, ai dottori e agli scolari concedendo una giurisdizione lor propria e la esenzione dalle imposte. E già nobili uomini ornati di tutte lettere, come Anibaldo Anibaldi, Romano Orsini, Egidio Colonna, Iacopo Stefaneschi, avevano interrotto con lo splendore di lor dottrina la notte di barbarie addensata su l’Urbe.

Meraviglioso fu l’ardore del giovine plebeo nell’apprendere dalla viva voce, dalla tradizione, dall’autorità, dalla natura, da sé stesso. Imparò gramatica e retorica; studiò i poeti gli storici gli oratori; conobbe Sallustio, Livio, Cicerone, Seneca, Valerio Massimo; in Boezio e in Simmaco venerò la postrema dignità di Roma, l’amoroso uso della sapienza, la norma compiuta del ben vivere; nei Profeti della Bibbia trovò le imagini di fiamma, le sentenze imperiose, le grandi parole di minaccia di esortazione e di promessa.

Ma dalle ruine s’ebbe egli il più strenuo insegnamento: gli antichi marmi furono i suoi più severi maestri; l’acume delle inscrizioni latine, ch’egli dilucidava, forte gli punse l’animo incitandolo.

Bella e singolare questa giovinezza del figlio di Rienzo, in verità, la più nobile parte di sua vita, consacrata alla ricerca assidua e taciturna, ansiosamente china sopra le testimonianze della virtù prisca, perdutissimamente innamorata di un simulacro marmoreo, come quell’imberbe Astrolabio che nella leggenda demoniaca dona l’anello alla Statua in segno di amor perenne.

VII.

Egli vagava tutto il giorno fra le terme gli archi i colonnati, lungo le mura di Aureliano, sotto gli acquedotti omai aridi, nei deserti spiazzi ingombri di ruderi, diseppellendo le lapidi, liberando dalla crosta dei secoli le lettere incise, raccozzando i frammenti sparsi, nudando i volti delle statue mascherati dall’edera, interpretando le istorie scolpite nei bassi rilievi, leggendo ad alta voce i nomi dei consoli e degli imperatori, evocando in quel cimitero formidabile i fantasmi augusti, mentre gli pareva udire a quando a quando nel vento funebre gli urli della Lupa e i gridi dell’Aquila presaghi della seconda vita di Roma. Col favore del silenzio e della solitudine quel mondo sotterraneo gli si animò nella fantasia così fieramente, ch’egli credette esser divenuto quasi il consanguineo dei liberatori e dei pacificatori quiriti. Gli si affievolì o gli si sfigurò allora nello spirito ossesso la contezza della torbida e perigliosa materia su cui voleva egli imprimere l’imagine del suo sogno inefficace. Assai più romano delle sue meditazioni erranti era, in verità, quell’implacabile furore di guerra che insanguinava il tufo del Campidoglio ove il palagio del Comune pativa la mala ombra protesa dalla rocca dei Conti, dalla torre delle Milizie, dalla cittadella dei Frangipani emule dell’arce romùlea. Un gran guerriero era necessario alla gran bisogna, non un rètore facondo. Come la folgore favoleggiata profondandosi nel suolo s’indura a guisa di saetta aguzza, così ogni pensier novo apparito tra gli uomini deve convertirsi in spada silenziosa. Ma il deciferatore di lapidi, intento ad ascoltar ripercossi dalla sua intima eco gli accenti della grandezza, non trovò sotto le macerie la larga lama imperatoria, ottima e di punta e di taglio; anzi neppur quella che Stratone tenne ritta contro la mammella dell’usuraio Marco Bruto dopo la disfatta. Se un eroe vero fosse stato espulso dal cuor sepolto di Roma, una sola parola questi avrebbe proferito, veramente romana, nunzia velocissima delle azioni: Eccomi. Adsum. Chi deve lottare per la vita e per la salute, solo con la realtà delle cose e con l’ignobilità degli uomini, non ha il tempo di maturarsi in parola eloquente. Egli è inviato dal fondo dell’Infinito non per recar messaggi come un poeta, ma per condurre eventi come un re. Il plebeo, volgendosi dal silenzio venerando verso la plebe clamorosa, sentì la sua lingua contro i suoi denti vani mossa da un bisogno infrenabile di loquacità. Egli doveva così emettere tutto il suo fumo, prima di averlo convertito in fuoco gagliardo e durevole. I suoi atti eran per aver principio e fine in lettere ed in concioni. Si approssimava non il Magister populi ma il Dictator epistolarum.