Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa opera che non porti il timbro a secco dell’Autore.
Tip. Treves.
PROEMIO DELL’AUTORE.
LA VITA DI COLA DI RIENZO DESCRITTA
DA GABRIELE D’ANNUNZIO
E MANDATA AD ANNIBALE
TENNERONI SUO AMICISSIMO.
Se tu veda per la prima volta il ritratto di Erasmo dipinto da Hans Holbein, pur dopo aver letto l’Elogio della Follia i Colloquii e le chiliadi degli Adagi, credi di avere per certo dinanzi a te in quel punto la figura intiera del filosofo da Rotterdamo, in carne e in ispirito, quasi per improvviso lume di ragione e di rivelazione, qual non t’era apparsa dal paziente studio delle opere. Forse l’effigie offerta dalle sue scritture alla tua mente non differiva di molto da quella dei tanti Eruditi in berrettone di velluto e in zimarra di vaio, che nella vecchia Basilea degli stampatori curavano le edizioni di Giovan Froben, come ad esempio quel Sebastiano Brandt giuriconsulto e conte palatino il quale di sotto al peso delle Pandette sapeva un pochettin sorridere al pari del Fiammingo cui con la Nave dei Folli aveva pur dato l’idea dell’Elogio. Ma ecco che, a un tratto, l’amico di Aldo Manuzio e di Pietro Bembo assume dinanzi a te aspetto di uomo incomparabile e inimitabile, non somigliando ad alcun altro, immoto nella sua propria verità ed eternità. Guardalo. Egli è là di profilo, con la sua berretta nera in capo, col robone azzurrognolo, nell’atto di scrivere tenendo il foglio sopra il declivio di un volume dalla rilegatura vermiglia. Nell’attenzione le sue palpebre s’abbassano su gli occhi di solito guardinghi; la bocca è chiusa e ripiegata profondamente negli angoli, piena di sapienza, di prudenza e d’ironia; il naso lungo ma scarno, dalle narici ampie e delicate, è come la sede espressiva di un senso acuito e vigile, che fiuta nelle mutazioni della vita il sentore dei più tenui soffii. Delle mani l’una tiene la penna con la facilità della consuetudine; l’altra, inanellata, tiene fermo il foglio sotto le dita chiuse egualmente; ed entrambe vivono esperte e placide nell’esercizio d’ogni giorno. Scrivono forse il comento all’adagio “Nihil inanius quam multa scire„? una epistola adulatoria ma cauta a Leone Decimo o al quarto Adriano o a Carlo Quinto? Esse non vivono men del volto, diverse da tutte le altre mani mortali con le lor dita grinzose le unghie corte le fitte pieghe palmari, come la foglia con le sue nervature dentature spartiture gualcita dal vento rósa dal bruco inargentata dalla chiocciola è dissimile alle miriadi delle sue compagne pendule nella foresta.
Ecco che, per virtù d’un prodigio operato sopra una tavola con pennelli e colori pochi, tu hai conosciuto il famoso Erasmo non soltanto in carne ma in anima, non soltanto in vista ma in essenza; cosicché ti sembra che non gli olii abbiano stemprata la materia di quella pittura sì bene i più sottili spiriti dell’umano intelletto.
Ora, se un artefice ti dipinge non un uomo illustre ma un oscuro e te lo rappresenta in tutta la sua singolarità vivo con l’energia rivelatrice del disegno, la tua commozione nel mirarlo non è minore dell’altra. Iacopo dei Barbari, su poco più d’una spanna, ti condensa una somma di vita incalcolabile entro una forma precisa che comprende a un tempo tutto il particolare e tutto l’infinito, tutto il reale e tutto l’ideale, quel che è e quel che può essere. Guarda il giovinetto simile allo sparviere: naso forte e adunco, bocca arcuata a scagliare la sfida e l’oltraggio, occhi resi più torvi dalla piega della palpebra che li restringe, capelli di rossor leonino. È nero vestito sul fondo di una dolce cortina bianca orlata di verde come la tunica della Primavera: là nell’angolo la lucernetta di ferro nutre una fiammella funeraria, e la cortina copre chi sa quale profondità perigliosa.
Questi maestri giova che invochi colui il quale si sforzi di ritrovare l’arte latina della biografia; che non è se non l’arte di scegliere e d’incidere tra i lineamenti innumerevoli delle nature umane quelli che esprimono il carattere, che indicano la più rilevata o profonda parte dei sentimenti e degli atti e degli abiti, quelli che appariscono i soli necessarii a stampare una effigie che non somigli ad alcun’altra. Per ciò tra lo storico e il biografo è grande il divario, come tra il frescante e il ritrattista, il primo non considerando gli uomini se non nel più vasto movimento dei fatti complessi e nelle più efficaci attinenze con la vita publica, il secondo non rappresentandoli se non nei più saglienti rilievi della sua persona singolare.
Osservato fu già come Plutarco, quando ci dice che Giulio Cesare era magro, di carnagione bianca e molle, soggetto al dolor di testa e al mal caduco, ci tocchi ben più a dentro che con gli ingegni de’ suoi paragoni. Quando Diogene Laerzio ci racconta che il divino Aristotile usava portar su la bocca dello stomaco un sacchetto di cuoio pien d’olio cotto e che, lui morto, fu ritrovata ne’ ripostigli della sua casa gran moltitudine dì coppi come in una bottega di Samo, egli incita la nostra imaginativa ben più che con l’esporci non senza grossezza le dottrine del Peripato. Nelle biografie come nei ritratti noi dunque cerchiamo con avidità e gustiamo con gioia tra i segni della vita particolare quelli che più appaiono dissimiglianti dai comuni, quelli che non concernono se non la singola persona, quelli che di un capitano di un poeta di un mercatante fanno sotto il sole un uomo unico nel genere suo. Per ciò consento al giudizio di colui che stima esser fiacco artefice il descrittor di vite il quale rifugga dall’incidere le minuzie e le bizzarrie per ismania di sollevarsi alla solennità della storia cui non è lecito considerare il naso di Cleopatra e la fistola del Re Sole se non nel riferirli all’evento universale.