Il dì primo di agosto, al conspetto degli ambasciatori magnifici e di tutto il popolo romano, Cola di Rienzo prese l’ordine di cavalleria con la più buffonesca cerimonia che abbia mai accompagnato in terra esaltazione di falso eroe. Preceduto e seguito dalla solita mascherata allegorica, cavalcò al Laterano. Affacciàtosi alla bella loggia costrutta da Bonifacio VIII e dipinta da Giotto, in gonnella bianca, parlò: «Sappiate che questa notte mi deggio fare cavaliere. Tornate domani, e udrete cose che piaceranno a Dio in cielo e agli uomini in terra.» Come la moltitudine si fu dispersa, discese nella basilica ch’era l’Aula di Dio; assistette all’ufficio divino; poi, secondo l’usanza dei cavalieri antiqui, si apprestò al bagno che doveva renderlo puro qual pargolo. Il notaro ignudo che «sentiva già del grassetto» si adagiò con tranquilla impudenza nella conca di paragone ov’era fama si fosse bagnato l’imperator Costantino sotto gli occhi santi del Pontefice Silvestro per mondarsi dalla paganìa e dalla lebbra. Escito del lavacro, involto in drappi candidi, si appressò al letto alzato entro il recinto ottagono del battistero chiuso tra le colonne di porfido che il terzo Sisto avea tolte ai templi dei Gentili e quivi ordinate. Come fece per coricarsi, il letto crollò se bene era nuovo; e il sonno fu turbato dal tristo presagio. Ma al mattino, riapparso su la loggia di Bonifacio innanzi al popolo, tutto vestito di scarlatto e di vaio, ebbe cinta la spada da Vico Scotto, allacciati gli speroni da un Orsini e da un Armanni. Quindi, assunto il titolo di «Candidato dello Spirito Santo Nicolaio Severo Clemente liberatore della Città zelatore d’Italia amatore del mondo Tribuno augusto», fece leggere da un notaro capitolino un decreto che confermava Roma capo dell’orbe e fondamento della cristianità, donava la libertà perpetua e la cittadinanza romana alle genti di tutta la sacra Italia, dichiarava l’elezione dell’Imperatore e la signoria dell’impero appartenersi al romano popolo e all’italico, citava a comparire per la prossima Pentecoste Messer Lodovico duca di Baviera e Messer Carlo re di Boemia come quelli che si spacciavano per veri imperatori o già eletti all’impero, citava ancóra tutti i prelati i re i duchi i principi i conti i marchesi i popoli le Comunità, minacciandoli di procedere contro di loro in contumacia «secondo l’inspirazione dello Spirito Santo!» Non lo scoppio fragoroso delle risa e delle beffe coprì la fine di questa incredibile buffoneria, ma sì frastuono di trombe trombette nacchere e ciaramelle levato a coprir la protesta del Vicario pontificio. E il ciurmadore, tratta fuor della guaina la spada innocua, ferì il vento tre volte per tre bande a indicare le tre parti del mondo, e a ogni colpo vociò: «Questo è mio, questo è mio, e questo è mio.» E tuttavolta risa non s’udirono, né beffe, se bene tra la gente nuova fosse già per ispandersi taluno degli spiriti che in quell’ora fervevano entro l’anima libera del gran dileggiatore Giovanni Boccaccio. Ov’era egli, il Certaldese? A Ravenna, presso Ostasio da Polenta? a Forlì, presso Francesco Ordelaffi? Ah, se come il suo giudeo Abraam, si fosse egli ritrovato in Roma «per quivi vedere e considerare i modi e i costumi di quelli che a Roma vivono», non avrebbe egli forse potuto dare un fratello illustre al notaro da Prato ovunque conosciuto per Ser Ciappelletto?

XVII.

Ma la cerimonia della coronazione, annunciata per mezz’agosto, superò in gagliofferia stomachevole la precedente. Il retore fatuo aveva composto le sei corone tribunizie con ramoscelli colti su per l’Arco di Costantino, e il simbolo di ciascuna aveva illustrato con passi scelti a vànvera in antichi scrittori. Durante la messa, il priore lateranense si fece innanzi e gli offerì la corona di quercia dicendo: «Ricevila, perocché liberasti i cittadini da morte.» Il priore vaticano similmente gli offerì quella di edera dicendo: «Ricevila, perocché della religione fosti zelante.» Il decano di San Paolo gli porse quella di mirto dicendo: «Ricevila, perocché onorasti l’officio e la sapienza e aborristi l’avarizia.» Altri sacerdoti lo cinsero d’altre corone con altri detti. E frattanto un uomo in abito di mendico, con una spada in mano, gli ritoglieva del capo i serti a uno a uno, sogghignando, in ricordanza degli scherni e degli ammonimenti che accompagnavano un tempo i trionfatori quiriti; ma ritogliergli non potè l’ultima, d’argento, offertagli dal priore di Santo Spirito, ché l’arcivescovo di Napoli glie la dovette cerimonialmente ricalcare in capo. La burlesca rappresentazione ebbe termine con un’arringa in cui il Tribuno si paragonò al Nazzareno che nell’età di trentatre anni era salito vittorioso al Cielo com’egli ora, avendo senza spada liberato il popolo, saliva al culmine della gloria. Incredibile a dirsi: non scoppiò a ridere se non l’uomo vestito da mendico, per obbligo d’istrione ammaestrato; ma un monaco in odore di santità, frate Guglielmo, proruppe in lagrime.

Con diadema d’argento e speroni d’oro, Cola sedette a conviti senza fine. Ebbe il guidapopolo così gozzovigliando il sùbito pensiero di mettere in opera contro i baroni, come un buon tirannello di Romagna o della Marca trivigiana, la trappola consueta. Li invitò a cena. Cinque Orsini e due Colonnesi furono i commensali. Stefano Colonna il vecchio, sempre disdegnoso e amaro, mosse disputa se convenisse a rettor popolesco meglio la parsimonia che la prodigalità. A mezzo della contesa, con un gesto rude il potente scosse al Tribuno un lembo della guarnacca e disse: «Meglio ti converrebbe portar vestimenta da bizzocco che queste da principe.» Cola fino a quel punto aveva titubato dinanzi alla perfidia troppo per lui audace. La vanità ferita ebbe tal sussulto che vinse la paura. Egli ritenne prigioni i suoi ospiti. Messere Stefano fu rinchiuso nella sala del Consiglio. Le guardie udirono tutta la notte ansare il suo cruccio leonino e risonare nel passo agitato le sue calcagna di bronzo. Di tratto in tratto egli scrollava col pugno la porta e comandava a gran voce che gli fosse aperta. Venne l’alba. In suo tenace orgoglio il vegliardo non poteva credere che quel plebeo si ardisse di mandare a ceppo o a laccio il capo della Grande Casata. Increduli eran certo anco gli altri, poiché Giordano e Rainaldo Orsini non poterono comunicarsi per aver mangiato di buon mattino i fichi freschi, essendo il dolce settembre. Ma il Tribuno aveva già disposto che fosse parato di bianco e di vermiglio il parlatorio, in segno di sangue, e che un frate minore ricevesse da ciascun patrizio la confessione e a ciascuno amministrasse il corpo di Cristo. Messere Stefano respinse il conforto, non volle apparecchiarsi alla morte ignobile, non prestò fede al rintocco della campana funebre: coperto della sua canizie eroica come da un’arme inviolabile, stette ad aspettare in silenzio l’evento. Quegli che più a dentro tremava d’incertezza, in verità, era il condannatore; cui la natura non avea dato la tempra di Ezzelino o di Castruccio. Vacillando egli, vennero alcuni cittadini prudenti a consigliargli la clemenza. Di sùbito accolse il consiglio, mutò il proposito. Era ora di terza: i baroni furono condotti al parlatorio, squillarono le trombe, il popolo attese avido e trepido il supplizio. Cola salì alla ringhiera e anche questa volta fece «uno bello sermone» di pace e di perdonanza. Non soltanto scusò i nobili dinanzi agli aspettanti, ma li colmò di officii e di beneficii, li nominò consoli capitani e prefetti, li regalò di ricche robe e di bei gonfaloni, li tenne a mensa senz’altra perfidia, se li trasse dietro a cavallo per le vie, in fine li accomiatò onestamente.

Rare volte al mondo tanta rapidità di fortuna nell’acquistar lo stato si accompagnò con tanta inettitudine nel mantenerlo, e tanta prosunzione di parole con tanta impotenza di fatti. Tra quanti al mondo pervennero d’abietta origine in signoria nuova non vi fu mai alcuno, forse, che men di costui sapesse conoscere e usare la bestia e l’uomo, la frode e la fede, l’arme e la virtù, la crudeltà e la clemenza, il sopruso e la legge. Sùbito che furon liberati, i baroni escirono dalle mura, si ritrassero nella Campagna, afforzarono le ròcche e incominciarono la guerra.

XVIII.

Marino tenne il nerbo della ribellione e del guernimento. Rainaldo e Giordano Orsini, quelli delle «ficora fresche», vi condussero con grande ardore le opere: rimondarono il fosso, alzarono doppio steccato intorno, abbertescarono le torri, balestri e manganelle posero per tutto, fecero provvisione d’uomini di danari di armi e di vettovaglie. Il Tribuno, non stava già su gli avvisi: banchettava tra i suoi giocolari e cavalierotti, commetteva d’ogni sorta drappi ai setaiuoli di Calimala, dettava epistole agli scribi secondo le regole di Boncompagno fiorentino o secondo gli esemplari di Tomaso da Capua. Come i ribelli ebbero fornito l’apparecchio, egli spedì loro un messo che comparissero. Il messo fu rincorso e lasciato mezzo morto tra le vigne di Marino, non altrimenti che quell’altro il quale non avea pur potuto giungere alla corte avignonese e s’era rimasto là su la Durenza con lacerate le scritture e rotte le ossa e la verga. Per risposta Giordano e Rainaldo si presero di osteggiare le terre intorno a Roma e di menar preda ogni giorno fin sotto le mura, con molto sbigottimento dei cittadini. Un’altra volta il Tribuno li citò che venissero a sottomettersi, brandendo le folgori del suo furore; e, per ispaventarli, ordinò che entrambi sopra una parete del Campidoglio fosser dipinti col capo in giù. Allora Giordano si spinse fin su la porta di San Giovanni a prendere uomini femmine bovi pecore porci, ogni cosa trascinando alla ròcca; Rainaldo passò il Tevere, entrò in Nepi, arse e guastò tutto il territorio alla destra del fiume. Spinto dalle strida e dai lagni, il Severo finalmente bandì l’oste sopra Marino con ottocento cavalli e ventimila pedoni. Era tempo di vendemmia; l’uva matura gravava le belle vigne; colava il mosto dai tini. L’esercito raccogliticcio, più di saccomanni che di combattenti, si diede in furia a devastare i campi intorno al castello: tagliò le viti e gli alberi, bruciò le capanne, rubò gli ovili, portò il ferro e il fuoco sin nell’ombra dell’antichissima selva ferentina, sacra alla memoria della confederazione laziale che quivi tenne le assemblee solenni. Ma non fu dato l’assalto alle torri; furono bensì dati dal Tribuno per isfregio i nomi di Giordano e di Rainaldo a due veltri innocenti.

Era giunto intanto a Roma il cardinale Bertrando di Deucio legato del papa e aveva spedito lettere al guastatore intimandogli di presentarsi senza tardanza. Cola levò l’assedio; ma, prima di partirsi, in quel rivo medesimo in cui era perito per la perfidia di Tarquinio Superbo il deputato aricino Turno Erdonio, egli affogò i due «cani cavalieri». Rientrò in città con le genti; disfece le case orsine ch’erano in fronte di San Celso; cavalcò al Vaticano. Tutto armato di piastra e maglia come un paladino che non sappia tregue, con manopole e morione, penetrò nella sacrestia, tolse la dalmatica d’oro e di perle imperiale, se la pose sopra l’arme a guisa di sorcotto; brandì la verga tribunizia, si accese di terribilità fantastica, e tra gli squilli delle trombe marziali comparve innanzi al Legato attonito.

Aveva dal Pontefice il cardinal Bertrando facoltà piena di togliere a Cola ogni dominio, di riporre in Campidoglio due nuovi senatori eletti, di iniziare contro il deposto un processo per eresia, di usare coercizioni sopra i Romani perché lo rinnegassero entro il più breve termine. Il Santo Padre rimproverava al notaro della Camera urbana il titolo di tribuno augusto, il folle bagno nella conca di Costantino, l’alleanza con l’Ungaro contro Giovanna di Napoli, le violenze contro gli ottimati e il vicario, la citazione diretta contro Carlo e i principi dell’Impero, la violazione dei diritti chiesastici, l’abolizione di tutte le leggi sancite.

Al vedere l’uomo ferrato e scettrato in dalmatica da imperatore, il cardinale restò senza voce. Ma Cola molto ingrossò la sua dicendo con arroganza: «Mandaste per noi. Or che volete mai?» Rispose l’altro: «Abbiamo per voi informazioni di Nostro Signore il Papa». Tonò il devastatore delle vigne di Marino: «Che informazioni son queste?» Il Legato con prudenza si tacque, pensando di mettersi al sicuro in Montefiascone ove risiedeva il rettore del Patrimonio. Cola escì dal Vaticano senza deporre la dalmatica in sacrestia, rimontò a cavallo, e fece novamente oste sopra Marino.