Ma il fato dei Colonnesi non era compiuto. Imbaldanzito il popolo per le due uccisioni, da queste aizzato a proseguir la strage l’accanimento degli Orsini di Campo di Fiore e di Ponte Sant’Angelo per inimistà dei consorti e per odio dei competitori, costernati i cavalieri della congiura privi del duce magnanimo e soperchiati dal numero stragrande, le sorti della zuffa si volsero in breve contro questi ultimi che debole sforzo tentarono sotto la porta, respinti non ressero, scavalcati balenarono su la melma sdrucciolevole non potendo fermare il piè in terra, caddero l’un sopra all’altro, e l’uno vendette cara la vita e l’altro la domandò salva, e pochi rimasti in sella tornarono in fuga a briglia abbandonata, come Giordano di Marino e un Caetani di Fondi se bene perdessero sangue dalle ferite mortali. Caduto da cavallo il proposto di Marsiglia Pietro di Agapito Colonna, dove la mischia era men folta, cercava lo scampo. La veracità del sogno l’empiva di spavento. Impacciato dall’arme inconsueta e dalla pinguedine chericale, sfangava e ansimava pe’ pantani cercando di riparare a una vigna vicina. Da ribaldi raggiunto, si buttò ginocchione a pregare per Dio e per la Vergine che tutto gli togliessero ma gli lasciassero la pelle. Dei danari lo spogliarono, e poi del sorcotto a oro, e poi d’ogni arnese. Rimasto nudo e scalzo, pregava tuttavia, sperava tuttavia tornare alla sua donna e mai più ritrovarsi allo sbaraglio. Ma Sgariglia beccaio con una sguerruccia gli segò la pappagorgia. Giacque nella vigna supino il proposto, grasso bracato, più che sugna bianco, con la calva cotenna nella pozza del sangue grumoso, non uomo da fazioni ma da prebende. E poco di lungi stette il suo cugino Messer Pietro di Belvedere, e un Frangipani e un Caligaro, e un della famiglia di Lugnano, e Camillo bastardo di Stefanuccio. E dei nobili ottanta altri perirono, macellati furono, mozzi e tronchi: giacquero nella mota cruenta nudi al ludibrio della razzumaglia.
XXII.
Il Tribuno non s’era mai ardito escir fuori della porta né distaccarsi dall’ombra dello stendardo bruttato. Sempre la vista e il cozzo del ferro gli davano il tremacuore, perocché assai più famigliare ei fosse con gli inchiostri e coi vini che col buon succo delle vene virili. Quando vide Giordano dal Monte ricomparire sotto l’arco ad annunciar col guizzo dello stocco la vittoria piena, egli riprese colore; e rizzatosi dall’arcione fece sonare tutte le sue trombe d’argento a raccolta. Pronta aveva già la corona d’ulivo, e se la pose in capo; pronti già nel suo capo l’ordine e l’apparato del trionfo. Rimise le genti in ischiera e cavalcò a Santa Maria di Araceli con tripudio. Quivi appese in voto alla Vergine la corona d’ulivo e la verga d’acciaio. Rendute le grazie, salì al Campidoglio e si mostrò con la spada in pugno al popolo festante. Non una gocciola rossa interrompeva il nitore della lama imbelle; ma l’eroico mimo fece l’atto di forbirla al lembo della sua cotta cremisina, rotondamente. Disse: «Hai mozzata orecchia di tal capo, che non la poté tagliare Papa né Imperadore». E andò a mensa.
Su l’imbrunire i cadaveri spogli di Stefano, di Gianni e del proposto furon trasferiti pietosamente dalla porta di San Lorenzo alla cappella sepolcrale della casata in Araceli. Coperti furon di coltri d’oro, intorniati di torchietti ardenti. Vennero le gentili donne colonnesi in gramaglia, seguite da una moltitudine di lamentatrici scarmigliata e lacera, per fare la lamentazione e l’ululo sopra i cari morti. Echeggiavano le strida e i pianti per l’erta sacra, e turbavano il convito nel palagio accosto. Montò in furore il Tribuno, e comandò che fossero scacciate le vedove col loro stuolo urlante, e negate le esequie agli uccisi. Parve nella minaccia rammemorar le parole da Stefano il Vecchio profferite quando in San Marcello aveva spregiato l’editto; perché gridò: «Se quei tre mi fanno poco d’ira, io li farò gittare nella fossa degli appesi, come maledetti spergiuri ch’ei sono». Allora i cadaveri nottetempo, senza pompa e senza ploro, furono portati nella chiesa di San Silvestro in Càpite ove i Colonnesi aveano fondato un monasterio per le figliuole di lor sangue. In segreto quivi, tra il virtuosissimo padre e il pusillanime congiunto, ebbe sepoltura e requie dalle pie donne l’imberbe eroe domatore di cavalli, che il Petrarca paragonava a Marcello diletto da Giove Ferètrio.
XXIII.
Era in funeraria solitudine rimasto il seniore, là sul monte di Palestrina consecrato alle distruzioni dalla prima ferocia di Silla. Nella cittadella per lui medesimo ricostrutta su le ruine sconvolte da Bonifacio, egli ricevette l’annunzio. Già tre figli della sua virtù aveva perduti in tre anni. Ora perdeva d’un tratto il primogenito foggiato a sua imagine e il leoncello sortito a superar tutti. Ascoltò, diritto in piedi, senza vacillare. Colore non mutò, non fece motto, non sparse lacrima, non mosse gesto di cruccio né sospiro d’ambascia. Soltanto gli occhi aridi chinò su l’ombra spaziosa che la sua statura non incurvata dal secolo stampava in terra; fissi li tenne in quella terra ingiusta che già tanta stirpe immatura aveva inghiottito e rifiutava la pace alle vecchissime ossa omai polite dai travagli del destino come le selci dal torrente infaticabile. Disse alfine, riscotendosi: «Sia fatta la volontà di Dio. Meglio è morire che sopportare il giogo di un villano».
E, poiché non anche poteva coricarsi nella fossa, rimase in piedi ferrato ad apprestar le vendette.
XXIV.
Che taluno ripetesse al Tribuno, dopo il fatto d’arme compiuto dai due Orsini, l’ammonimento di Maharbale al Cartaginese dopo la battaglia di Canne, non è certo. Certo è bensì, che il dettatore né sapeva vincere né sapeva usare la vittoria. Invece di fare oste senza indugi sopra Marino e Palestrina per quivi sradicar di colpo ogni resistenza e ribellione di nobili, egli adunò la sua cavalleria di cavalierotti da lui chiamata sacra milizia e si credette satisfare all’importuna pretesa del soldo con una nuova facezia. Parlò: «Vògliovi dar paga doppia oggi. Venite meco». Ordinò le schiere. Vestì di drappi bianchi il figliuol suo Lorenzo, lo pose a cavallo, e lo menò seco a suon di nacchere e di trombette. Dov’ei volesse andar a parare con quella mostra, non sapeva alcuno. Cavalcò verso la porta tiburtina, al luogo della zuffa; ov’era rimasta nel terreno la pozza atroce con la melma e con l’acqua arrossate dal sangue magnifico di Stefanuccio Colonna e del feditore adolescente. Dinanzi la pozza smontò, fece smontare il figliuolo; inginocchiare lo fece su l’orlo tristo, attinse di quell’acqua sanguigna, ne asperse il prostrato dicendogli impronto: «Sarai Cavaliere della Vittoria». E gli astanti stupirono e inorridirono. Ed egli volle che i conestabili percotessero col piatto delle spade, secondo l’usanza, l’ignobile battezzato col fango suo pari più che col sangue degli eroi.
Sì grande fu il disgusto, allo spettacolo, che i baroni di parte popolare si vergognarono di vestire arme in pro di tal cialtrone. E i cavalierotti e l’altra soldatesca, omai ristucchi di attendere la paga doppia e pur la mezza paga, mormoravano e si sbandavano; mentre il dannato Giordano Orsini, con le ferite ancóra aperte, rinnovava la guerra minuta portando il guasto fin sotto le mura, mentre Sciarretta Colonna collegatosi con Luca Savelli operava senza tregua, sovvenuto di danari e di uomini dal cardinal legato che ne traeva dalle città guelfe d’Umbria e di Toscana.