La Signoria fu allora offerta al cardinal di Spagna giunto in Montefiascone; restituita fu al Papa la facoltà di porre suoi vicarii nel seggio senatorio. Se bene la novella della liberazione di Cola e il sentore della sua vicinanza già risollevassero nella parte popolare le memorie del primo tribunato e provocassero un certo fermento, il savio Egidio buon conoscitor d’uomini si guardò dal consentire alla designazione e insediò in Campidoglio Guido Patrizi. Memore dei suoi fatti d’arme innanzi a Taliffa e ad Algesira, il Conchese con ardita celerità, accresciuto dei diecimila uomini raccolti sotto la condotta di Giovanni Conti, sostenuto dalla lega di Firenze, di Siena e di Perugia, rinforzò la guerra contro il Prefetto di Vico pel recupero del Patrimonio. Vittorioso, coi Monaldeschi entrò in Orvieto; ebbe alfine curva ai suoi piedi calzati di ferro la nuca del ribelle, su cui pesavano tre scomuniche.
Cola di Rienzo s’era ritrovato al campo con molti Romani; ai quali il rivederlo sano e salvo fuor di tanti pericoli pareva portento. Lo invitavano a rientrar nelle mura i cittadini «grandi lingue». E parevano ora gonfiarlo con l’arte sua istessa. Gli dicevano: «Torna alla tua Roma, curala di tanto male, siine novamente signore. Noi sovvenirti vorremo di favore e di forza. Non dubitare. Non mai tanto amato e addimandato fosti». Gli davano di queste vesciche i popolari e non un danaro. A parolaio parole, a promettitore promesse.
XXXIII.
L’Albornozzo lo tenne in Perugia, con scarsissima provvigione. Il reduce dalle spelonche francescane, il seguace della Povertà, fu preso allora dalla fame querula dell’oro, si diede tutto alla ricerca astuta, fu il sollecitatore insidioso dei mercatanti perugini, il frequentatore obliquo dei banchi e dei cambii, l’amico e l’emulo dei barattieri e dei truffardi, non ad altro inteso se non a lavorar buona pània da prendere merlotti. Ma i Perugini delle cinque Porte «feroci e d’agro consiglio», di continuo dediti a fare e a disfare leghe, a prendere e smantellar castella, a ricever terre in obbedienza e a venderle per contante, a batter moneta e a fermar leggi, a erigere Studii ed Archivii, a concedere cittadinanze e podesterìe, a rimetter Guelfi in patria e Priori in palagio, a ordire e a scuoprir congiure, a intraversar di catene e di barre i capi delle strade o a condurre in piazza la vena dell’acqua, a vender grano al papa o a beffarsi dell’interdetto, non aveano tempo né voglia di dare orecchio al cianciere floscio: governavano, guerreggiavano, mercatavano, edificavano: popolo di gran nerbo che pur allora dava consigliere al Legato in Viterbo quel Leggieri di Nicoluccio d’Andreotto forte di senno e di mano che doveva poi farsi capo dei Raspanti contro i Nobili.
XXXIV.
Non essendogli riescito di sedurre «con la dolcezza delle parole» i Signori Priori delle Arti che appunto nel giorno della Pentecoste sotto il Magistrato di Leggieri avevano incominciato ad abitare il palagio novellamente fatto, Cola pensò d’introdurre il suo miele e il suo vischio in quello Studio illustre che tra l’imperversare delle passioni civiche fioriva maravigliosamente. Nella scola di Giurisprudenza, già quivi illuminata dall’insegnamento di Cino ed ora dal divino ingegno di Bartolo, egli trovò infatti Messere Arimbaldo dottore di legge e Messere Brettone cavaliero di Narba fratelli carnali di Fra Moriale. L’uccellatore fu in gran giubilo, ché non poteva la sorte mandargli più bella presa. Ben sapeva egli come il friere di San Giovanni avesse dato in deposito ai mercanti di Perugia la molta moneta acquistata con le ruberie e con le taglie. Gli bisognava dunque trovar il modo di spillarne una parte. Se bene il Trivio e il Quadrivio figurati da Nicola Pisano fosser posti a bevere acqua continua intorno la fonte di Fra Bevignate, il notaro teologo si accomandò alla virtù del vin mero. Avviluppando il giovane e litterato Arimbaldo, volle sùbito con lui sedere a cena, trincare con lui. Tra l’una e l’altra coppa, versò la sua liquida eloquenza, rimescolò il latino di Tito Livio e quel dell’Apocalisse nelle celebrazioni della forza romana ripetute ornai sì gran numero di volte che perfino il vecchio leone serrato nella gabbia capitolina avrebbe potuto ruggirle a mente. L’effetto su l’animo giovenile fu prontissimo. Arimbaldo credette avere già in pugno la signorìa di Roma, vide sé già in vetta al Monte Tarpèo, vestito di porpora. Scrisse al devastatore della Marca: «Onorato fratello, più aggio guadagnato io in uno die, che voi in tutto lo tempo di vostra vita». E gli domandò licenza di togliere dal banco quattromila fiorini, perché Cola poneva a ogni sua cantafavola un medesimo ritornello: «A ciò fare bisogna moneta. In ciò moneta per cominciare bisogna, messere». Fra Moriale, uomo solito di far la misura rasa col fil della spada alle moggia dell’oro, tentennò alla richiesta. Egli odorava la follìa nell’avventura. Nondimeno, per amor del fratello, consentì; e il consenso accompagnò con l’ammonimento: «In primamente aggiate guardia che li quattro mila fiorini non si perdano». E anco promise che, in caso di malanno, verrebbe di persona al soccorso e farebbe le cose alla grande, secondo il suo costume.
Intascati i fiorini, Cola non capiva nelle cuoia e nei panni per l’allegrezza. Per ciò panni mutò senza indugio, ma le cuoia serbò ai giudei dell’Austa. Il terziario del Morrone, pomposamente rivestito di guarnacca e cappa scarlatta foderata di vaio, su palafreno con sella alla gianetta e gualdrappa messa a oro, tra il dottore Arimbaldo e il cavalier di Narba, seguito da una turba di fanti e di donzelli, si partì per quella via che il figlio di Bernardone aveva stampata delle sue sante vestigia andandosene coi compagni verso Roma — al tempo di un altro guidapopolo chiamato Giovan Capoccio — per proporre al terzo Innocenzo la parabola della Povertà.
XXXV.
Il suo primo comparire dinanzi al cardinale Egidio, all’ossuto Spagnuolo domatore di tirannelli institutore di leggi e costruttor d’acquedotti, fu di paone tronfio che spieghi la coda e rimiri sue penne e dica crai-crai. Eccolo, il gesticolatore, figurato nella prosa dell’antico biografo come in una rozza pitturetta che su una parete della Suburra illustri la scena di un’atellana. «Mostravasi grosso, con suo cappuccio in canna di scarlatto e con cappa di scarlatto fodrata di panze di vari; stava superbo, capezzava, menava lo capo nanti e retro, come dicesse: Chi sono io? io chi sono? Poi rizzavasi ne le punte de li piedi, mo si alzava, mo si abbassava». Allora parlò e disse: «Legato, fammi senatore di Roma. Io vado e pàroti la via». Il volto ulivigno del Conchese, forte disciplinato nel dissimulare il pensier suo finché non fosse convertito in atto veloce, non mostrò forse né il disdegno né la pietà. Egli era ben l’uomo che, più tardi, richiesto di rendere i conti, doveva rispondere a Urbano V caricando un carro con le chiavi delle recuperate città e inviandoglielo senza motto. Considerò con l’occhio aguzzo il corpulento plebeo e, fattolo senatore, lo mandò volontieri ad bestias ma senza dargli pur un tornese di viatico.
Cola spedì un messo ad assoldare coi fiorini di Messere Arimbaldo duecento cinquanta barbute che, licenziate da Malatesta di Rimino, oziavano in Perugia. Con questi cavalli, con una masnada di fanti toscani e con alquanti perugini egli si mosse per alla volta di Roma. La fama lo precedeva. Il popolo si apparecchiava a festeggiarlo; la nobiltà stavasi in disparte, col piede nella staffa della balestra. Era il ferragosto dell’anno 1354, era il settimo anniversario dal giorno del lavacro nella conca di Costantino.