Questo leggiadro uccisore d'innocenze (o forse un fratel suo), deposto l'arco, si abbandonerà domani all'incanto della musica per sognare un sogno di voluttà infinito.

Ben è Giorgione quegli che infonde in lui l'anima nuova e glie l'accende d'un desiderio implacabile. La musica incantatrice non è la melodia che pur ieri dai liuti angelici si diffondeva per gli archi incurvati sui troni raggianti o si dileguava pel silenzio delle lontananze serene, nelle visioni del terzo Bellini. Sorge ancora al tocco di mani religiose, dall'alveo del clavicordio; ma il mondo ch'ella risveglia è pieno d'una gioia e d'una tristezza in cui celasi il peccato.

Chi ha veduto il Concerto, con occhi sagaci, conosce un momento straordinario e irrevocabile dell'anima veneziana. Per un'armonia di colore — la cui potenza significativa è senza limiti come il mistero dei suoni — l'artefice ci racconta il primo turbamento di un'anima cupida a cui la vita appare d'improvviso in aspetto d'un retaggio opimo.

Il monaco che siede al clavicordio e il suo compagno maggiore non somigliano quelli che Vettor Carpaccio figurò fuggenti dinnanzi alla fiera ammansita da Girolamo, in San Giorgio degli Schiavoni. La loro essenza è più forte e più nobile; l'atmosfera in cui respirano è più alta e più ricca, propizia alla natività d'una grande gioia o d'una grande tristezza o d'un sogno superbo. Quali note le mani belle e sensitive traggono dai tasti su cui s'indugiano? Magiche note, certo, se valgono a operare nel musico una trasfigurazione così violenta. Egli è nel mezzo della sua esistenza mortale, già distaccato dalla sua giovinezza, già in punto di declinare; ed ecco, ora soltanto la vita gli si rivela ornata di tutti i beni come una foresta carica di pomi purpurei, dei quali le sue mani intente ad altre opere non conobber mai il fresco velluto. Poiché la sua sensualità è sopita, egli non cade sotto il dominio di una sola imagine tentatrice, bensì prova una confusa angoscia in cui il rammarico vince il desiderio; mentre, su la trama delle armonie ch'egli ricerca, la visione del suo passato — quale avrebbe potuto essere e non fu — si compone come un tessuto di chimere. Indovina l'intima tempesta il compagno che già è su la soglia della vecchiezza calmo; e dolce e grave tocca la spalla dell'appassionato con un gesto pacificatore. Ma è pur quivi, emerso fuor della calda ombra come la espressione stessa del desiderio, il giovinetto dal cappello piumato e dalla chioma intonsa: l'ardente fiore d'adolescenza, che Giorgione sembra aver creato sotto un riflesso di quello stupendo mito ellenico donde sorse la forma ideale d'Ermafrodito. Egli è quivi presente ma estraneo, separato dagli altri, come colui che non ha cura se non del suo bene. La musica esalta il suo sogno indicibile e sembra moltiplicare infinitamente la sua potenza di gioire. Egli sa d'esser padrone di quella vita che sfugge ad ambo gli altri, e le armonie ricercate dal sonatore non gli sembrano se non il preludio della sua propria festa. Il suo sguardo è obliquo e intenso, rivolto a una parte come per sedurre non so qual cosa che lo seduca; la sua bocca chiusa è come una bocca che porti la pesantezza d'un bacio non dato ancora; la sua fronte è spaziosa così che non l'ingombrerebbe la più folta delle corone; ma, se io penso alle sue mani nascoste, le imagino nell'atto di frangere le foglie del lauro per profumarsene le dita.

Chi m'ascolta non vede qualche analogia fra questi tre simboli giorgioneschi e le tre generazioni, viventi a un tempo, che illumina l'aurora del secolo nuovo? Venezia, la città trionfante, si rivela ai loro occhi come un grande apparato per un convito oltrapiacente ove tutta la dovizia raccolta da secoli di guerre e di traffichi sta per essere addótta senza misura. Qual più ricca fonte di voluttà potrebbe aprire la vita al desiderio insaziabile? È un'ora di turbamento e quasi di vertigine, che vale per la sua pienitudine un'ora di violenza eroica. Voci e risa incitatrici sembrano giungere dai colli asolani ove regna in delizia la figliuola di San Marco, Domina Aceli, che rinvenne in un mirteto di Cipro il cinto di Afrodite. Ed ecco l'adolescente dalle belle piume bianche avanzarsi verso il convito come un corifeo seguito dalla sua torma sfrenata, e tutte le forti brame ardere quivi in guisa di doppieri le cui fiamme ecciti senza tregua un vento impetuoso.

Comincia così quel divino autunno d'arte al cui splendore gli uomini si rivolgeranno sempre con un palpito profondo, finché duri nell'anima umana l'aspirazione a trascendere l'angustia dell'esistenza comune per vivere una vita più fervida o per morire di più nobile morte.

Io veggo Giorgione imminente su la plaga meravigliosa, pur senza ravvisare la sua persona mortale; lo cerco nel mistero della nube ignea che lo circonfonde. Egli appare piuttosto come un mito che come un uomo. Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra. Tutto, o quasi, di lui s'ignora; e taluno giunse a negare la sua esistenza. Il suo nome non è scritto in alcuna opera; e taluno non gli riconosce alcuna opera certa. Pure, tutta l'arte veneziana sembra infiammata dalla sua rivelazione; il gran Vecellio sembra aver ricevuto da lui il segreto d'infondere nelle vene delle sue creature un sangue luminoso. In verità, Giorgione rappresenta nell'arte l'Epifania del Fuoco. Egli merita d'esser chiamato «portatore di fuoco», a simiglianza di Prometeo.

Quando considero la rapidità con cui il dono sacro passa d'artefice in artefice e va di colorazione in colorazione rosseggiando, mi sorge spontanea nello spirito l'imagine d'una di quelle lampadeforíe con cui gli Elleni vollero appunto perpetuare la memoria del Titano figlio di Japeto. Nel giorno della festa una torma di giovini cavalieri ateniesi partivasi a gran galoppo dal Ceramico verso Colono; e il duce agitava una fiaccola ch'era stata accesa all'ara di un santuario. Spenta dall'impeto della corsa il portatore la consegnava al compagno che la riaccendeva sempre correndo; e questi al terzo, e il terzo al quarto, e così di séguito sempre correndo finché l'ultimo la deponeva rossa ancora su l'altare del Titano. Questa imagine, per quel che ha di veemente, mi significa in qualche modo la festa dei maestri coloritori in Venezia. Ciascun d'essi, anche il men glorioso, ha tenuto in pugno almeno per un istante il dono sacro. Taluno perfino, come quel primo Bonifacio che bisogna glorificare, sembra aver colto con mani incombustibili l'interno fiore del fuoco.


Una città a cui tali creatori composero un'anima di tal possanza non è oggi considerata, dai più, se non come un grande reliquiario inerte o come un asilo di pace e d'oblio!