— Andiamo.
Ora, Donna Laura custodiva un segreto.
Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata dalla passione. A diciotto anni aveva sposato il barone Albònico, per ragioni di convenienza familiare. Il barone militava sotto il primo Napoleone, con molta prodezza; egli stava quasi sempre assente dalla sua casa, poichè seguiva ovunque il volo delle aquile imperiali. In una di quelle lunghe assenze, il marchese di Fontanella, un giovine signore che aveva moglie e figliuoli, fu preso d'amore per Donna Laura; e, come egli era bellissimo ed ardente, vinse alfine ogni resistenza dell'amata.
Allora pei due amanti una stagione passò nella felicità più dolce. Essi vivevano nell'oblio di tutte le cose.
Ma un giorno Donna Laura s'accorse d'essere incinta; pianse, si disperò, rimase in una terribile angoscia, non sapendo che risolvere, come salvarsi. Per consiglio del suo amico, partì alla volta della Francia; si nascose in un piccolo paese della Provenza, in una di quelle terre solatíe piene di verzieri, dove le donne parlano l'idioma dei trovatori.
Abitava una casa di campagna, circondata da un grande orto. Gli alberi fiorivano: era la primavera. Fra i terrori e le nere malinconie, ella aveva intervalli d'una infinita dolcezza. Passava lunghe ore seduta all'ombra, in una specie d'inconsapevolezza, mentre il sentimento vago della maternità le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori in torno a lei emanavano un profumo acuto: leggiere nausee le salivano alla gola e le propagavano per tutte le membra una lassitudine immensa. Che giorni indimenticabili!
E, quando il momento solenne si avvicinava, giunse, desiderato, il suo amico. La povera donna soffriva. Egli le stava accanto, pallido in viso, parlando poco, baciandole spesso le mani. Ella partorì di notte. Gridava, fra gli spasimi; si afferrava convulsamente alla lettiera; credeva di morire. I primi vagiti dell'infante le scossero l'anima dalle radici. Ella, supina, con la testa un po' arrovesciata oltre i guanciali, bianca bianca, senza più voce, senza più forza per tenere aperte le palpebre, agitava dinanzi a sè le mani esangui, debolmente, in certi piccoli movimenti vaghi, come fanno talvolta i moribondi verso la luce.
Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco, nel medesimo letto, sotto la medesima coperta, il bambino. Era un essere fragile, molle, un po' rossiccio, che vibrava d'una palpitazione incessante, di una vita palese, e in cui le forme umane non avevano certezza. Gli occhi stavano ancora chiusi, un po' gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco, quasi un miagolío indistinto.
La madre, rapita, non si saziava di riguardare, di toccare, di sentirsi su la guancia l'alito filiale. Dalla finestra entrava una luce bionda e si vedevano le terre provenzane tutte coperte di mèssi. Il giorno aveva una specie di santità. I canti dal fromento si avvicendavano, nell'aria quieta.
Dopo, il bambino le fu tolto, fu nascosto, fu portato chi sa dove. Ella non lo rivide più. Ella tornò alla sua casa; e visse col marito la vita di tutte le donne, senza che nessun altro avvenimento sopraggiungesse a turbarla. Non ebbe altri figliuoli.