Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano difficoltà contro gli argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre, sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede.
Nell'inverno del 1874 la colse una febbre maligna. Fu assistita dalla femmina lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di brace.
L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava su i gomiti, tentava di agitar le mani, per secondare la perorazione. La lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente.
Nell'agonia, quando già gli occhi ingranditi sì velavano come per un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava:
— No so' stata io, signó... vedete... perchè... la cucchiara...
LA FATTURA.
Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente i sette starnuti di Mastro Peppe De Sieri, detto La Bravetta, tutti gli abitanti di Pescara sedevano alle mense e incominciavano il pasto. Sùbito dopo, la campana vibrava i tocchi del mezzodì. Un'ilarità unanime propagavasi nelle case.
Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese questo giocondo segnale cotidiano; e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si sparse per il contado in torno e per le terre finitime. Ancora tra il buon volgo la memoria n'è viva e, fermata in un proverbio, durerà lungamente nei tempi a venire.
I.
Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di alquanta corpulenza, tozzo, con la faccia piena di una prospera stupidezza, con gli occhi simili a quelli d'un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria espansione. E come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente mobile, e come aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello starnutire pareva una di quelle foche a proboscide, che in conseguenza della pinguedine tremano tutte come una gelatina, secondo narrano i marinai. Anche di quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza dei movimenti, la ridicolezza delle attitudini, l'amore del sonno. Non poteva passare dall'ombra al sole o dal sole all'ombra, senza che un irresistibile impeto d'aria gli rompesse per la bocca e per le narici. Lo strepito, in ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza; e poichè si produceva in periodi determinati, serviva d'orario a quasi tutti i cittadini. Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto negozio di maccheroni; ed era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta, tra il rumore eguale dei buratti e delle ruote, fra il tepore dell'aria invasa dal polverìo delle farine. Nella maturità egli s'era legato in nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli, e da allora, abbandonato il mestiere alimentario, aveva preso a rivendere stoviglie di maiolica e di terracotta, orci, piatti, boccali, tutto lo schietto vasellame fiorito di cui gli artefici castellesi allietano le mense della terra d'Abruzzi. Tra la rusticità e quasi direi la religiosità di quelle forme immutate da secoli e immutabili, egli viveva molto semplicemente, starnutando. E come la moglie era avara, a poco a poco l'avarizia conquistava e avviluppava anche l'animo di lui.