Quando la compagnia giunse al bosco dei salci, presso la foce della Pescara, su la riva sinistra (già si scorgevano i galli sopra le antenne delle paranze ancorate allo scalo della Bandiera), Turlendana si arrestò, poichè voleva dissetarsi al fiume.
Il patrio fiume recava l'onda perenne della sua pace al mare. Le rive, coperte di piante fluviatili, tacevano e si riposavano, come affaticate dalla recente opera della fecondazione. Il silenzio era profondo su tutte le cose. Gli estuarii risplendevano al sole tranquilli, come spere, chiusi in una cornice di cristalli salini. Secondo le vicende del vento, i salci verdeggiavano o biancheggiavano.
— La Pescara! — disse Turlendana soffermandosi, con un accento di curiosità e di riconoscimento istintivo. E stette a riguardare.
Poi discese al margine, dove la ghiaia era polita; e si mise in ginocchio per attingere l'acqua con il concavo delle palme. Il camello curvò il collo, e bevve a sorsi lenti e regolari. L'asina anche bevve. E la scimmia imitò l'attitudine dell'uomo, facendo conca con le esili mani ch'erano violette come i fichi d'India acerbi.
— Hu, Barbarà!
Il camello udì e cessò di bere. Dalle labbra molli gli gocciolava l'acqua abbondantemente su le callosità del petto, e gli si vedevano le gencive pallidicce e i grossi denti giallognoli.
Per il sentiero, segnato nel bosco dalla gente di mare, la compagnia riprese il viaggio. Cadeva il sole, quando giunse all'Arsenale di Rampigna.
A un marinaio, che camminava lungo il parapetto di mattone, Turlendana domandò:
— Quella è Pescara?
Il marinaio, stupefatto alla vista delle bestie, rispose: