— Ah — fece tranquillamente l'uomo.

Binchi-Banche sollevò i suoi acuti occhiolini verdognoli.

— Ci sei stato 'n'altra volta a qua, segnore?

E, non aspettando la risposta, con la nativa loquacità della gente pescarese, seguitava:

— La candina della cecata è grande e ci si vende lu meglio vino. La cecata è la femmina delli quattro mariti...

Si mise a ridere, con un sorriso che gli increspava tutta la faccia gialliccia come il centopelle d'un ruminante.

— Lu primo marito fu Turlendana, ch'era marinaro e andava su li bastimenti del re di Napoli, all'Indie basse e alla Francia e alla Spagna e infino all'America. Quello si perse in mare, e chi sa a dove, con tutto il legno; e non s'è trovato più. So' trent'anni. Teneva la forza di Sansone: tirava l'áncore co' un dito... Povero giovane! Eh, chi va pe' mare quella fine fa.

Turlendana ascoltava, tranquillamente.

— Lu secondo marito, dopo cinqu'anni di vedovanza, fu 'n'ortonese, lu figlio di Ferrante, 'n'anima dannata, che s'er'unito co' li contrabbandieri, a tempo che Napolione stava contro l'Inglesi. Facevano contrabbando da Francavilla infino a Silvi e a Montesilvano, di zucchero e di cafè, co' li legni inglesi. C'era, vicino a Silvi, 'na torre delli Saracini, sotto il bosco, da dove si facevano li segnali. Come passava la pattuglia, plon plon, plon plon, noi 'scivamo dall'alberi.... — Ora il parlatore accendevasi al ricordo; ed obliandosi descriveva con prolissità di parole tutta l'operazion clandestina, ed aiutava di gesti e di interiezioni vive il racconto. La sua piccola persona coriacea si raccorciava e si distendeva nell'atto. — In fine, il figlio di Ferrante era morto d'una schioppettata nelle reni, per mano de' soldati di Gioacchino Murat, di notte, su la costiera.

— Lu terzo marito fu Titino Passacantando che morì nel letto suo, di male cattivo. Lu quarto vive. Ed è Verdura, bonomo, che no' mestura li vini. Sentarai, segnore.