— Vien' a qua!

Massacese fece altre quattro o cinque incisioni, rapidamente, a caso. Sangue misto a materie biancastre sgorgava dalle aperture. Tutti n'erano macchiati, tranne Nazareno che stava a prua, tremante, sbigottito dinanzi all'atrocità della cosa.

Ferrante La Selvi, che vedeva la barca pericolare, diede un comando a squarciagola:

— Molla le scòtteee! Butta 'l timone a l'ôrsa!

I due Talamonte, Massacese, Cirù manovrarono. Il trabaccolo riprese a correre beccheggiando. Si scorgeva Lissa in lontananza. Lunghe zone di sole battevano su le acque, sfuggendo di tra le nuvole; e variavano secondo le vicende celesti.

Ferrante rimase alla sbarra. Gli altri marinai tornarono a Gialluca. Bisognava nettare le aperture, bruciare, mettere le filacce.

Ora il ferito era in una prostrazione profonda. Pareva che non capisse più nulla. Guardava i compagni, con due occhi smorti, già torbidi come quelli degli animali che stanno per morire. Ripeteva ad intervalli, quasi fra sè:

— So' morto! So' morto!

Cirù, con un po' di stoppa grezza, cercava di pulire; ma aveva la mano rude, irritava la piaga. Massacese, volendo fino all'ultimo seguire l'esempio del cerusico di Margadonna, aguzzava certi pezzi di legno d'abete, con attenzione. I due Talamonte si occupavano del catrame, poichè il catrame bollente era stato scelto per bruciare la piaga. Ma era impossibile accendere il fuoco su 'l ponte che ad ogni momento veniva allagato. I due Talamonte discesero sotto coperta.

Massacese gridò a Cirù: