Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo il capo:

— L'avet'accise!

Gli altri portarono sotto coperta Gialluca semivivo; e l'adagiarono sopra una branda. Nazareno rimase a guardia, presso l'infermo. Si udivano di là le voci gutturali di Ferrante che comandava la manovra e i passi precipitati dei marinai. La Trinità virava, scricchiolando. A un tratto Nazareno si accorse d'una falla in cui entrava acqua; chiamò. I marinai discesero, in tumulto. Gridavano tutti insieme, provvedendo in furia a riparare. Pareva un naufragio.

Gialluca, benchè prostrato di forze e d'animo, si rizzò su la branda, imaginando che la barca andasse a picco; e s'aggrappò disperatamente a uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina:

— Nen me lasciate! Nen me lasciate!

Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva paura; balbettava parole insensate; piangeva; non voleva morire. Poichè l'infiammazione crescendo gli occupava tutto tutto il collo e la cervice e si diffondeva anche pe 'l tronco a poco a poco, e la gonfiezza diveniva ancor più mostruosa, egli si sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto la bocca per bevere l'aria.

— Portateme sopra! A qua me manghe l'arie; a qua me more....

Ferrante richiamò gli uomini sul ponte. Il trabaccolo ora bordeggiando cercava di acquistare cammino. La manovra era complicata. Ferrante spiava il vento e dava il comando utile, stando al timone. Come più il vespro si avvicinava, le onde si placavano.

Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra, tutto sbigottito, gridando:

— Gialluca se more! Gialluca se more!