Ella non pensò più a Marcello; non lo vide più, non ebbe di lui se non un ricordo incerto, come d'un sogno remoto. L'ansia presente la teneva tutta.
Lindoro saliva a portar acqua, come prima. Egli giungeva su, rosso e stillante di sudore; posava le conche, lanciando sguardi di sbieco alla vittima. Orsola si ritirava nell'altra stanza o si curvava sul lavoro stringendo i denti nella collera repressa. Lindoro se ne andava, come un cane frustato; ma il pensiero di aver posseduto quella donna gli turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con sè, tenersela, esserne il padrone come di una merce da usare e da vendere. Cupidigia sensuale e avidità di guadagno in lui si mescevano.
Una sera egli aspettò che Camilla uscisse, alla porta di strada; poi salì a precipizio per sorprendere Orsola, per trovarla sola nella casa. Quando egli battè all'uscio Orsola lo riconobbe e si sentì rimescolare.
— Che vuoi da me, che vuoi? — chiese ella con la voce soffocata, senza aprire.
— Sentimi un momento, sentimi! Non aver paura; non ti faccio male...
— Vattene, cane, infame, assassino... — proruppe la donna, con una veemenza stridula di vituperii, togliendo il freno a tutto l'odio accumulato contro colui. — Vattene, vattene!
E, sfinita, si ritrasse nella sua stanza, si gettò su i guanciali mordendoli fra le lagrime.
XIX.
Non c'era più scampo. — La figlia di Maria Camastra aveva bevuto il vetriolo ed era morta così, con un bimbo di tre mesi nel ventre. La figlia di Clemenza Iorio s'era precipitata dal ponte, ed era morta così, nella fanga della Pescarina. Bisognava dunque morire.
Quando questo pensiero balenò alla mente di Orsola, cadeva il pomeriggio. Tutte le campane sonavano a gloria, nella vigilia del Corpus Domini; grandi tribù di rondini schiamazzavano e turbinavano sul palazzo di Brina, si assembravano a parlamento su l'Arco. Una nuvola rossa sovrastava le case, simile forse a quella che versò bitume ardente su l'empietà di Sodoma.