Su gli ultimi giorni di giugno l'asino infermò. Non prendeva cibo nè bevanda da quasi una settimana. I viaggi s'interruppero. Una mattina che Anna discese alla tettoia, scorse la bestia tutta ripiegata su lo strame in un avvilimento miserevole. Una specie di tosse roca e tenace scoteva di tratto in tratto la gran carcassa malcoperta di cuoio; sopra gli occhi s'erano formate due cavità profonde, come due orbite vacue; e gli occhi parevano due grosse bolle gonfie di siero. Quando l'asino udì le voci di Anna, tentò di levarsi: il corpo gli traballava su le zampe e il collo gli si abbatteva giù dalle spalle acute e le orecchie gli penzolavano con i movimenti involontari e incomposti di un enorme giocattolo che avesse guaste le commessure. Un liquido mucoso gli colava dalle nari, talvolta allungandosi in filamenti sino ai ginocchi. Le chiazze nude nel pelame avevano il colore azzurrognolo e quasi cangiante della lavagna. I guidaleschi qua e là sanguinavano.
Anna, allo spettacolo, si sentì stringere da una angoscia pietosa; e, poichè ella per natura e per uso non provava alcuna ripugnanza fisica in contatto della materia immonda, si accostò a toccare l'animale. Con una mano gli sorreggeva la mascella inferiore, con l'altra una spalla; e così cercava di fargli muovere i passi, sperando in qualche virtù dell'esercizio. L'animale prima esitava, squassato da nuovi sussulti di tosse; poi finalmente prese a camminare per la china dolce che scendeva al lido. Le acque, dinanzi, nella natività del giorno biancheggiavano; e i calafati verso la Penna spalmavano una carena. Come Anna levò il sostegno delle mani e trasse la corda della cavezza, l'asino per un fallo de' piedi anteriori stramazzò d'improvviso. La gran macchina delle ossa ebbe un scricchiolío interno di rotture, e la pelle del ventre e dei fianchi risonò sordamente e palpitò. Le gambe fecero l'atto di correre; per l'urto, dalla gengiva uscì un poco di sangue e tra i denti si diffuse.
Allora la donna si mise a gridare andando verso la casa. Ma i calafati, sopraggiunti, in cospetto dell'asino giacente ridevano e motteggiavano. Uno di loro percosse col piede il ventre del moribondo. Un altro gli afferrò le orecchie e gli sollevò il capo che ricadde pesantemente a terra. Gli occhi si chiusero; qualche brivido corse fra il pelame bianco del ventre aprendone le spighe, come un soffio; una delle gambe di dietro battè due o tre volte nell'aria. Poi tutto fu immobile; se non che nella spalla ov'era un'ulcera, si produsse un lieve tremolìo, simile a quello che per la molestia d'un insetto avveniva dianzi volontario nella carne vivente. Quando Anna tornò sul luogo, trovò i calafati che tiravano per la coda la carogna, e cantavano un Requiem con false voci asinine.
Così Anna rimase in solitudine; e per lungo tempo ancora visse nella casa dei parenti ed ivi appassì, adempiendo umili uffici, e sopportando con molta pazienza cristiana le vessazioni. Nel 1845 il mal caduco riapparve con violenza; sparve dopo alcuni mesi. La fede religiosa in quell'epoca divenne in lei più profonda e più calda. Ella saliva alla basilica tutte le mattine e tutte le sere; e s'inginocchiava abitualmente in un angolo oscuro protetto da una gran pila di marmo dov'era figurata con rozza opera di bassorilievo la fuga della Sacra Famiglia in Egitto. Da prima scelse ella forse quell'angolo attratta dal docile asinello trasportante il pargolo Gesù e la Madre alla terra dell'idolatria? Una gran quietudine d'amore le discendeva su lo spirito, quando aveva piegate le ginocchia nell'ombra; e la preghiera le sgorgava puramente dal petto come da una fonte naturale, poichè ella pregava soltanto per la voluttà cieca dell'adorazione, non per la speranza d'ottener grazia di beni nella vita terrena. Ella pregava, con la testa china su la sedia; e come i cristiani nell'accedere e nell'uscire attingevano con le dita l'acqua della pila, e si segnavano, ella a quando a quando trasaliva sentendo su' capelli qualche stilla benedetta cadere.
V.
Quando nel 1851 Anna venne la prima volta al paese di Pescara, era prossima la festa del Rosario, che si celebra nella prima domenica di ottobre. La donna si mosse da Ortona a piedi, per sciogliere un voto; e, portando chiuso in un fazzoletto di seta un piccolo cuore d'argento, camminò religiosamente lungo la riva del mare; poichè la strada provinciale non ancora in quel tempo era praticata, e un bosco di pini occupava molta estensione di terreno vergine. La giornata pareva dolce, se non che nel mare le onde andavano crescendo, ed all'estremo limite andavano crescendo in forma di trombe i vapori. Anna avanzava tutta assorta in pensieri di santità. Nel far della sera, come ella fu sul luogo delle Saline, cadde d'improvviso la pioggia, da prima pianamente e dopo in grande abbondanza; così che, non essendovi in torno riparo alcuno, ella n'ebbe le vesti tutte molli. Più in qua, la foce dell'Alento portava acqua; ed ella si scalzò per guadare. In vicinanza di Vallelonga la pioggia restò: ed il bosco dei pini rinasceva serenante nell'aria con odor quasi d'incenso. Anna, rendendo grazie nell'animo al Signore, seguì il cammino del litorale ma con più rapidi passi, poichè sentiva penetrarsi nelle ossa l'umidità malsana, e cominciava a battere i denti pel ribrezzo.
A Pescara, ella fu subito presa dalla febbre palustre, e ricoverata per misericordia nella casa di Donna Cristina Basile. Dal letto, udendo i cantici della pompa sacra, e vedendo le cime degli stendardi ondeggiare all'altezza della finestra, ella si mise a dire le preghiere e a invocare la guarigione. Quando passò la Vergine, ella scorse soltanto la corona gemmata, e fece atto di mettersi in ginocchio su i guanciali per adorare.
Dopo tre settimane guarì; e, avendole Donna Cristina offerto di rimanere, ella rimase in qualità di domestica. Ebbe allora una piccola stanza guardante sul cortile. Le pareti erano imbiancate di calce; un vecchio paravento coperto di figure profane chiudeva un angolo; e fra i travicelli del soffitto molti ragni tendevano in pace le tele laboriose. Sotto la finestra sporgeva un tetto breve, e più giù s'apriva il cortile pieno di volatili mansueti. Sul tetto vegetava, da un mucchio di terra chiuso fra cinque tegole, una pianta di tabacco. Il sole vi s'indugiava dalle prime ore antimeridiane alle prime ore del pomeriggio. Ogni estate la pianta dava fiori.
Anna, nella nuova vita, nella nuova casa, a poco a poco si sentì sollevare e rivivere. La sua naturale inclinazione all'ordine si dispiegò. Ella attendeva a tutti i suoi uffici tranquillamente, senza far parole. Anche, in lei la credenza nelle cose soprannaturali ingigantì. Due o tre leggende s'erano per antico formate su due o tre luoghi della casa Basile, e di generazione in generazione si tramandavano. Nella camera gialla del secondo piano abbandonato viveva l'anima di Donna Isabella. In un ricettacolo ingombro, dove una scala discendeva a gomito sino a una porta che non s'apriva da tempo, viveva l'anima di Don Samuele. Quei due nomi esercitavano un singolar fàscino sui nuovi abitatori, e diffondevano per tutto il vecchio edificio una specie di solennità conventuale. Come poi il cortile interno era circondato di molti tetti, i gatti su la loggia si riunivano in conciliaboli e miagolavano con una dolcezza misteriosa, chiedendo ad Anna gli avanzi del pasto familiare.
Nel marzo del 1853 il marito di Donna Cristina morì d'una malattia urinaria, dopo lunghe settimane di spasimi. Egli era un uomo timorato di Dio, casalingo e caritatevole; era capo d'una congrega di possidenti religiosi; leggeva le opere dei teologi, e sapeva sonare sul gravicembalo alcune semplici arie di antichi maestri napolitani. Quando venne il viatico, magnifico per numero di ministri e per ricchezza di arnesi, Anna s'inginocchiò su la porta, e si mise a pregare ad alta voce. La stanza si empì d'un vapor d'incenso, in mezzo a cui il ciborio raggiava e raggiavano i turiboli, oscillando come lampade accese. Si udirono singhiozzi; poi le voci dei ministri, raccomandando l'anima all'Altissimo, si sollevarono. Anna, rapita dalla solennità di quel sacramento, perdè ogni orrore della morte, e da allora pensò che la morte dei cristiani fosse un trapasso dolce e gaudioso.