Poichè Zacchiele amava talvolta, per una ingenua vanità naturale, di far pompa del suo sapere, in conspetto della donna ignorante e credula, questa concepì per lui una stima e un'ammirazione senza limiti. Ella imparò che la terra è divisa in cinque parti e che cinque sono le razze degli uomini: la bianca, la gialla, la rossa, la nera e la bruna. Imparò che la terra è di forma rotonda, che Romolo e Remo furono nutricati da una lupa, e che le rondini su l'autunno vanno oltremare nell'Egitto dove anticamente regnavano i Faraoni. — Ma gli uomini non avevano tutti un colore, a imagine e somiglianza di Dio? Potevamo noi camminare sopra una palla? Chi erano i re Faraoni? — Ella non riusciva a comprendere, e rimaneva così tutta smarrita. Però da allora ella considerò le rondini con reverenza e le tenne per uccelli dotati di saggezza umana.
Un giorno Zacchiele le mostrò una Storia sacra dell'antico Testamento, illustrata di figure. Anna guardava con lentezza, ascoltando le spiegazioni. Ed ella vide Adamo ed Eva tra le lepri ed i cervi, Noè seminudo inginocchiato innanzi a un altare, i tre angeli di Abramo, Mosè salvato dalle acque; vide con gioia finalmente un Faraone nel conspetto della verga di Mosè cangiata in serpe, e la regina di Saba, la festa dei Tabernacoli, il martirio dei Maccabei. Il fatto dell'asina di Balaam la empì di meraviglia e di tenerezza. Il fatto della coppa di Giuseppe nel sacco di Beniamino la fece rompere in lacrime. Ed ella imaginava gli Israeliti camminanti per un deserto tutto coperto di quaglie, sotto una rugiada che si chiamava la manna ed era bianca come la neve e più dolce del pane.
Dopo la Storia sacra, preso da una singolare ambizione, Zacchiele cominciò a leggerle le imprese dei Reali di Francia da Costantino imperatore sino ad Orlando conte d'Anglante. Un gran tumulto sconvolse allora la mente della donna: le battaglie dei Filistei e dei Siriaci si confusero con le battaglie dei Saraceni, Oloferne si confuse con Rizieri, il re Saul col re Mambrino, Eleazaro con Balante, Noemi con Galeana. Ed ella, affaticata, non seguiva più il filo delle narrazioni, ma si riscoteva soltanto ad intervalli quando udiva passare nella voce di Zacchiele i suoni di qualche nome prediletto. E predilesse Dusolina e il duca Bovetto che prese tutta l'Inghilterra innamorandosi della figliuola del re di Frisia.
Erano le calende di settembre. Nell'aria temperata dalla pioggia recente, si andava diffondendo una placida chiarità autunnale. La stanza di Anna divenne il luogo delle letture. Un giorno Zacchiele, seduto, leggeva come Galeana, figliuola del re Galafro, s'innamorò di Mainetto e volle da lui la ghirlanda dell'erba. Anna, poichè la favola pareva semplice e campestre, e poichè la voce del lettore pareva addolcirsi di accenti novelli, ascoltava con visibile assiduità. La testuggine si traeva in mezzo ad alcune foglie di lattuga, pianamente; il sole su la finestra illuminava una gran tela di ragno, e gli ultimi fiori rosei del tabacco si vedevano a traverso la sottile opera di filo d'oro.
Quando il capitolo fu finito, Zacchiele depose il libro; e, guardando la donna, sorrise d'uno di quei sorrisi fatui che solevano increspargli le tempie e gli angoli della bocca. Poi cominciò a parlarle vagamente, con la peritanza di colui che non sa in qual modo giungere al punto desiderato. Finalmente ardì. — Ella non aveva pensato mai al matrimonio? — Anna alla domanda non rispose. Stettero ambedue in silenzio ed ambedue sentivano nell'animo una dolcezza confusa, quasi un risveglio attonito della giovinezza sepolta e un umano richiamo dell'amore. E n'erano turbati come dal fumo d'un vino troppo forte che montasse al loro cervello indebolito.
VIII.
Ma una tacita promessa di nozze fu data molti giorni dopo, in ottobre, nella prima natività dell'olio d'oliva e nell'ultima migrazione delle rondini. Con licenza di Donna Cristina, un lunedì Zacchiele condusse Anna alla fattoria dei colli, dov'era il frantoio. Uscirono da Portasale, a piedi, e presero la via Salaria, volgendo le spalle al fiume. Dal giorno della favola di Galeana e di Mainetto, essi provavano l'un verso l'altra una specie di trepidazione, un misto di temenza vergogna e rispetto. Avevano perduta quella bella famigliarità d'una volta; parlavano poco insieme e sempre con un tal riserbo esitante, senza mai guardarsi nel volto, con incerti sorrisi, confondendosi talora per un subitaneo rossore, indugiando così in questi timidi bamboleggiamenti d'innocenza.
Camminarono in silenzio, da prima, ciascuno seguendo lo stretto sentiero asciutto che i passi dei viandanti avevano praticato sui due margini della via; e li divideva il mezzo della via fangoso e segnato di solchi profondi dalle ruote dei veicoli. Una libera gioia vendemmiale occupava le campagne: i canti del mosto per la pianura si avvicendavano. Zacchiele si teneva un poco indietro, rompendo a tratti a tratti il silenzio con qualche parola su la temperie, su le vigne, su la raccolta delle olive. Anna guardava curiosa tutti i cespugli rosseggianti di bacche, i campi lavorati, le acque dei fossi; e a poco a poco le nasceva nell'animo una letizia vaga, quale di chi dopo lungo tempo sia dilettato da sensazioni già innanzi conosciute. Come il cammino prese a volgere su pel declivio tra i ricchi oliveti di Cardirusso, chiaramente le sorse nell'animo il ricordo di Sant'Apollinare e dell'asino e del custode degli armenti. Ed ella sentì quasi rifluirsi al cuore tutto il sangue, d'improvviso. Quell'episodio obliato della sua giovinezza le si coordinò nella memoria con una perspicuità meravigliosa; l'imagine dei luoghi le si formò dinanzi; e nella scena illusoria ella rivide l'uomo dal labbro leporino, ne riudì la voce, provando un turbamento nuovo senza sapere perchè.
La fattoria si avvicinava; fra gli alberi soffiava il vento facendo cadere le ulive mature; una zona di mare sereno si scopriva dall'altitudine. Zacchiele s'era messo a fianco della donna e la guardava di tratto in tratto con una pia supplicazione di tenerezza. — A che pensava ella dunque? — Anna si volse, con un'aria quasi di sbigottimento, come fosse stata colta in fallo. — A niente pensava. —
Giunsero al frantoio, dove i coloni macinavano la prima raccolta delle olive cadute precocemente dall'albero. La stanza delle macine era bassa e oscura; dalla vôlta luccicante di salnitro pendevano lucerne di ottone e fumigavano; un giumento bendato girava una mola gigantesca, con passo regolare; e i coloni, vestiti di certe lunghe tuniche simili a sacchi, nudi le gambe e le braccia, muscolosi, oleosi, versavano il liquido nelle giare, nelle conche, negli orci.