— Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia! — gridava la vedova, senza finire, baciando i piedi del ferito, attraendolo a sè verso terra.

Il ferito si rimosse, torse la bocca per lo spasimo, aprì gli occhi in alto; ma certo non potè vedere, perchè una specie di pellicola umida gli copriva lo sguardo. Grosse lagrime incominciarono a sgorgargli dagli angoli delle palpebre e a scorrere giù per le guance e pel collo; la bocca gli rimase torta; nel sibilo fioco della gola si sentì un vano sforzo di favella. E in torno incalzavano:

— Parla, Pallura! Chi t'ha ferito? Chi t'ha ferito? Parla! Parla!

E sotto la domanda fremevano le ire, si addensavano i furori, un sordo tumulto di vendicazione si riscoteva, e l'odio ereditario ribolliva nell'animo di tutti.

— Parla! Chi t'ha ferito? Dillo a noi! Dillo a noi!

Il moribondo aprì gli occhi un'altra volta; e come gli tenevano serrate ambo le mani, forse per quel vivo contatto di calore gli spiriti un istante gli si ridestarono, lo sguardo si illuminò. Egli ebbe su le labbra un balbettamento vago, tra la schiuma che sopravveniva più copiosa e più sanguigna. Non si capivano ancora le parole. Si udì nel silenzio la respirazione della moltitudine anelante, e gli occhi ebbero in fondo una sola fiamma, poichè tutti gli animi attendevano una parola sola.

— ... Ma... Ma... Ma... scálico...

— Mascálico! Mascálico! urlò Giacobbe che stava chino, con l'orecchio teso, ad afferrare le sillabe fievoli da quella bocca morente.

Un fragore immenso accolse il grido. Nella moltitudine fu dapprima un mareggiamento confuso di tempesta. Poi, quando una voce soverchiante il tumulto gittò l'allarme, la moltitudine a furia si sbandò. Un pensiero solo incalzava quelli uomini, un pensiero che pareva balenato a tutte le menti in un attimo: armarsi di qualche cosa per colpire. Su tutte le coscienze instava una specie di fatalità sanguinaria, sotto il gran chiaror torvo del crepuscolo, in mezzo all'odore elettrico emanante dalla campagna ansiosa.

IV.