La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei rinfreschi.

Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L'Areopagita, per mostrare d'essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava verso di lei e le susurrava qualche cosa all'orecchio e poi si metteva a ridere. Don Giovanni non si curò del rivale.

— Venite, contessa? — disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio.

Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don Antonio dietro.

— Io vi amo! — avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua voce un accento di passione appreso dal primo amoroso giovine d'una compagnia drammatica di Chieti.

Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre. Andreuccio aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che si curvava su la sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e somigliava una di quelle grandi lanterne di carta, che hanno la forma d'una testa umana. I mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia bestiale, spargendosi su gli abiti le briciole delle paste dolci e le gocce dei liquori.

Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò:

— Signò, comandate?

Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi; cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano.

— Na' cenetta, rispose. Ma!...