Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni esitazione. Anche gli uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche gli uomini di famiglia; e ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre; formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra loro e si spingevano i gomiti a vicenda per incoraggiamento. Poi la luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa d'Amalfi e le voci e gli applausi degli altri visitatori li inebriavano. Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere.

Ma i ricevimenti di Violetta avevano un'aria di grande convenienza, erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi venuti ed offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii. I nuovi venuti rimanevano un po' attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che dire. La conversazione si versava sul tempo, su le notizie politiche, su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe prussiano Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella amava talvolta discutere dell'immortalità dell'anima e d'altre cose edificanti. La dottrina dell'Areopagita era grandissima. Egli parlava lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola difficile e mangiandosi qualche sillaba. Secondo la cronaca veridica, una sera, prendendo una bacchetta e piegandola, disse: «Com'è flebile!» per dire flessibile; un'altra sera, indicando il palato e scusandosi di non potere suonare il flauto, disse: «Mi s'è infiammata tutta la platea!» e un'altra sera, indicando l'orificio di un vaso, disse che, perchè i fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia dolce tutta l'oreficeria del bicchiere.

Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo raccontare fatti troppo singolari, saltava su:

— Ma, Don Antò, voi che dite?

Don Antonio assicurava, con una mano sul cuore:

— Testimone oculista! Testimone oculista! Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a sedere: aveva un reuma lungo il reno. Un'altra sera venne, con la guancia destra un po' illividita: era caduto di soppiatto, cioè aveva sdrucciolato battendo la guancia sul suolo.

— Come mai,. Don Antò? — chiese qualcuno.

— Eh guardate! Ho perfino un impegno rotto, egli rispose, indicando il tomaio che nel dialetto nativo si chiama 'mbígna, come nel proverbio Senza 'mbígna nen ze mandé la scarpe.

Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio, presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a Violetta e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con familiarità, per ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.

La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di amori principeschi, di favori reali, di avventure romantiche; evocava tutti i suoi tumultuarii ricordi di letture fatte in altro tempo: confidava largamente nella credulità degli ascoltatori. Don Giovanni in quei momenti le teneva addosso gli occhi pieni d'inquietudine, quasi smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa apparenza di gelosia.