Sopraggiunse Don Cirillo D'Amelio con Don Nereo Pica. Tutt'e due, entrando, avevano quasi un'aria trionfante.
— Hai visto? Hai visto? Giovà? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo!
Essi avevano ambedue una voce nasale e una cadenza acquistata nella consuetudine del cantare su l'organo, poichè appartenevano alla Congregazione del Santissimo Sacramento. Cominciarono a imperversare contro Violetta, senza misericordia. «Ella faceva questo, questo e quest'altro».
Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in tanto un gesto per interrompere, per non udire quelle vergogne. Ma i due seguitavano. Sopraggiunsero anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo Nervi, Don Federico Sicoli, Don Tito De Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme. Essi, così collegati, diventavano feroci. «Violetta Kutufà s'era data a Tizio, a Caio, a Sempronio... Sicuro! Sicuro!» Esponevano particolarità precise, luoghi precisi.
Ora Don Giovanni ascoltava, con gli occhi accesi, avido di sapere, invaso da una curiosità terribile. Quelle rivelazioni, in vece di disgustarlo, alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve più desiderabile, ancora più bella; ed egli si sentì mordere dentro da una gelosia furiosa che si confondeva col dolore. Subitamente, la donna gli apparve nel ricordo atteggiata ad una posa molle. Egli più non la vide se non in quell'atto. Quell'imagine permanente gli dava le vertigini. «Oh Dio! Oh Dio! Oh! Oh!» Egli ricominciò a singhiozzare. I presenti si guardarono in volto e contennero il riso. In verità, il dolore di quell'uomo pingue calvo e deforme aveva un'espressione così ridicola che non pareva reale.
— Andatevene ora! — balbettò tra le lacrime Don Giovanni.
Don Grisostomo Troilo diede l'esempio. Gli altri seguirono. E per le scale cicalavano.
Come venne la sera, l'abbandonato si sollevò, a poco a poco. Una voce feminile chiese all'uscio:
— È permesso, Don Giovanni?
Egli riconobbe Rosa Catana e provò d'un tratto una gioia istintiva. Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza.