— Eccoli! Vengono al palazzo. Sono armati.

Don Luigi, lasciando Carletto, corse a vedere.

III.

La moltitudine, in fatti, irrompeva su per l'ampia salita, urlando e scotendo nell'aria armi ed arnesi, con una tal furia concorde che non pareva un adunamento di singoli uomini ma la coerente massa d'una qualche cieca materia sospinta da una irresistibile forza. In pochi minuti fu sotto al palazzo, si allungò intorno come un gran serpente di molte spire, e chiuse in un denso cerchio tutto l'edifizio. Taluni dei ribelli portavano alti fasci di canne accesi, come fiaccole, che gittavano sui volti una luce mobile e rossastra, schizzavano faville e schegge ardenti, mettevano un crepitìo sonoro. Altri, in un gruppo compatto, sostenevano un'antenna alla cui cima penzolava un cadavere umano. Minacciavano la morte coi gesti e con le voci. Tra le contumelie ripetevano un nome:

— Cassàura! Cassàura!

Il duca d'Ofena si morse le mani, quando riconobbe in cima all'antenna il corpo mutilato di Vincenzio Murro, del messo ch'egli aveva spedito nella notte a chieder soccorso di gente d'arme. Additò l'impiccato al Mazzagrogna, il quale disse a bassa voce:

— È finita!

Ma l'udì don Filippo, e cominciò a fare un lagno così accorante che tutti si sentirono stringere il cuore e mancare gli spiriti.

I servi si accalcavano su le soglie, smorti in faccia, tenuti dalla viltà. Alcuni lacrimavano, altri invocavano un santo, altri pensavano al tradimento. — Se, consegnando il padrone al popolo, avessero potuto aver salva la vita? — Cinque o sei, meno pusillanimi, tenevano perciò consiglio e si eccitavano a vicenda.

— Al balcone! Al balcone! — gridava il popolo, tempestando. — Al balcone!