Ebbi un moto di sincera gioia quando riconobbi su la via di Rebursa Oddo e Antonello Montaga che, avendo saputo l'ora del mio arrivo, venivano a incontrarmi. Entrambi mi abbracciarono con effusione, mi diedero tutti i saluti di Trigento, mi rivolsero mille domande a un tempo; sembravano felici di rivedermi, anche più felici quando io espressi il proposito di rimanere nel paese a lungo.
— Rimarrai con noi! — esclamò Antonello, come fuori di sè, stringendomi le mani. — Tu sei mandato da Dio, dunque....
— Bisogna che tu venga oggi stesso a Trigento, — disse Oddo interrompendo il fratello. — Tutti ti aspettano là. Bisogna che tu venga oggi stesso....
Mi sembravano entrambi tenuti da un'agitazione strana, quasi febrile; avevano i gesti disordinati e un po' convulsi, la parola rapida e quasi ansiosa: l'aspetto di due prigionieri infermicci, esciti allora allora dal carcere come da un sogno opprimente, turbati e smarriti e quasi ebri nel primo contatto con la vita estranea. Come più io li guardava, più manifesti mi apparivano nelle loro persone i segni singolari; e cominciavano a darmi pena e inquietudine.
— Non so, — risposi, — non so se oggi stesso potrò venire. Tante ore di viaggio mi hanno stancato. Ma domani...
Provavo un bisogno vago di star solo, di raccogliermi, di assaporare quella malinconia ch'era caduta su me all'improvviso. I miei occhi cercavano il paese intorno per riconoscerlo. Veniva dalle cose verso di me quasi un'onda di memorie, che la presenza di quei due esseri dolorosi m'impediva di ricevere.
— Allora — disse Oddo — verrai domattina a colazione da noi. Consenti?
— Sì, verrò.
— Tu non puoi imaginare come ti aspettino tutti, laggiù.