— No, no, non temete! — dissi io involontariamente, aumentando forse l'ombra con quel segno palese di rammarico per l'accenno che doveva sembrare un tristo augurio o un presagio crudele.
— Non temo — rispose colei, senza sorridere, appoggiandosi di nuovo al recinto.
Così da una vana parola nacque una grande ombra.
L'albero fulminato sorgeva dinnanzi a noi, nerastro e lapideo come il basalto, mostrando il suo possente tronco aperto fino alle radici da una squarciatura che evocava la terribilità d'una forza vindice. Privo de' rami nel fianco percosso, ne conservava in sommo dell'altro fianco alcuni, simili a braccia contratte, che levavano verso il sole la disperazione implacabile dei loro gesti. Ad ogni angolo del recinto stava infisso un teschio d'ariete dalle corna ricurve, divenuto bianchissimo sotto intemperie senza numero. Tutto era immoto e morto, e sacro, e d'aspetto primordiale.
Giungevano dall'alto azzurro, di tratto in tratto, strida di sparvieri.
Veloci passarono i giorni; e sembrarono giorni d'addio verso colei che stava per dipartirsi.
— Guardate la primavera con tutta l'intensità delle vostre pupille — io le diceva — perchè non la vedrete più, mai più!
Io le diceva: