Il principe s'inchinò con un atto che valeva da solo a dimostrare come la mia risposta non fosse una semplice cortesia, ma bene si addicesse alla dignità del suo gran nome. Egli mi riappariva simile all'imagine che di lui era rimasta nella mia memoria al tempo della puerizia: bellissimo esemplare di una superiore umanità, manifestante in ogni suo atto la sua essenza diversa, il sentimento della sua assoluta separazione dalla moltitudine, dai comuni doveri, dalle comuni virtù. Sembravami ch'egli avesse potuto scuotere dalla sua anima il peso della sciagura che l'accasciava e risollevarsi in tutta la sua prestanza virile, quasi assumendo la qualità meravigliosa delle sue mani: di quelle sue mani belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo, ministre superstiti di una liberalità non paragonabile se non all'antica “che per piccoli servigi amava ricompensar grandemente„.

Volgeva l'ultima ora della luce; e dai cieli accesi l'annunziazione dell'Estate discendeva sul giardino gentilizio ove tra l'odore austero dei bossi centenarii le statue — pallide e pur vigili come memorie in un'anima fedele — evocavano con i loro gesti i fantasmi dell'abolita grandezza. Ma di là dal claustro si apriva l'immensa corona di rocce foggiata dal fuoco primordiale, così aspra e superba che sembrava degna di sostener su ciascuna delle sue punte un Prometeo incatenato.

Quelle punte aveva io veduto fiammeggiare nel cielo della prima sera come piropi, d'un lume incredibile, e la più alta restar di fiamma su l'ombra comune, acutissima ferire il cielo simile al grido della passione senza speranza. Solo io era in quel crepuscolo remoto, e le tre principesse misteriose erano lungi nel loro chiuso giardino, e la mia sorte era ancor estranea alle sorti loro. Ma ecco, in una simigliante congiuntura di cose, stava per effettuarsi il fato presentito in quella prima agitazione del mio desiderio; io stava per proferire una parola solenne e irrevocabile. — Era io dunque escito d'ogni perplessità? Fra le tre beatrici che in quella lontana sera io aveva creduto intraveder nell'atto di ricevere su le braccia protese il mio dono primaverile, una alfine era da me eletta per l'alleanza necessaria? E io avrei dunque proferito il suo nome al conspetto del padre? — Un nuovo turbamento m'invase; e mi parve che Anatolia nell'ombra non fosse più sola, ma che le sorelle fossero venute in silenzio a sedersi presso di lei e che i loro occhi fossero sopra di me intentissimi.

Come mi volsi, scorsi nell'ombra la figura immobile e bianca; e ogni altra imagine si disperse, e ogni vana inquietudine cadde.

Ella era il simbolo vivente della securità, era la Vegliante e la Tutelare. Con la sua forza e la sua pazienza, al lume del suo proprio sorriso, ella aveva saputo convertire il dolore in un'armatura adamantina che la rendeva invincibile. Ella era fatta per custodire, per alimentare e per difendere sino alla morte quel ch'era commesso alla sua fede. E io la vidi un'altra volta — nel mio sogno — vegliare con la pura fronte raggiante di presagi sul figlio del mio sangue e della mia anima.

Allora dalle radici stesse della mia sostanza — là dove dorme la virtù indistruttibile degli avi — sorse e andò verso l'eletta la volontà di crear quell'Uno in cui dovevano trasmettersi tutte le ricchezze ideali della mia gente e le mie proprie conquiste e le perfezioni materne. Profondissimo mi divenne allora il sentimento di dipendenza originaria che legava il mio essere attuale agli antenati più lontani; e, come la cima dell'albero compendia in sé tutta la vita del tronco ramoso fino alle estreme radici, io sentii vivere in me tutta la stirpe, che la morte non aveva distrutta se non nelle specie corporee, nelle forme transitorie delle generazioni. E la pienezza e la veemenza di quella vita parevano abolire i limiti del mio natural potere.

— Voi avete riconosciuto in me dianzi, non senza un'ombra di severità, il discendente di Gian Paolo Cantelmo — io dissi al principe sorridendo. — Bisogna ch'io confessi che nella mia Casa gli esempi di disobbedienza e di ribellione al Re non sono rari. Ma v'è il Leon rosso che li giustifica; e voi certo non ignorate la patente ch'ebbero i Cantelmi da Carlo II d'Inghilterra. Di antichissimo sangue regio, essi non hanno mai potuto facilmente rassegnarsi a non considerare il Re come un loro eguale. Sembra, anzi, che essi non combattano mai altro avversario con tanto ardore con quanto combattono il Re. E, se Gian Paolo turba i sonni a Ferdinando d'Aragona e umilia Alfonso, Giacomo I e Menappo abbattono in Benevento Manfredi, Giacomo VIII guerreggia con fortuna contro Ladislao a fianco di Braccio da Montone e dello Sforza, Antonio si oppone a Renato d'Angiò. E in ogni Cantelmo una tendenza originale a far parte da sé solo, a separarsi, a ben determinar la persona e la potestà proprie. Sembra che ognuno fondi la concezione della sua dignità sul fermissimo convincimento “che l'essere uno è radice dell'essere buono e che ciò che è buono è tale perchè consiste in uno„. In questo io riconosco con gioia uno dei caratteri essenziali del dominatore a venire: del Monarca, del Despota. Ma v'ha anche un'altra singolarità che mi conforta, ed è la gran somma delle signorie raccolta nelle mani dei Cantelmi in terra latina. Si può dire che, in diversi tempi e partitamente, essi abbiano tenuto il governo di tutta Italia. Giacomo I è ambasciatore di pace alla Repubblica di Genova, è Vicario in Lombardia, Capitan generale nella Marca d'Ancona, Viceré negli Abruzzi; Giacomo II è Vicario e Podestà di Firenze; Bonaventura VIII, Viceré di Sicilia; Rostaino VII, Capitan generale della Serenissima, Senatore di Roma.... Ovunque essi esercitano l'imperio e, nell'esperimento dei popoli diversi, apprendono a “ben conoscere come gli uomini s'abbino a guadagnare o perdere„. Ovunque anche combattono e lasciano la vita nell'atto di compiere un qualche prodigio: “il buon Cantelmo„, immortale nel verso del Tasso, tinge di suo sangue regio le mura di Gerusalemme; Giacomo II muore in pro dei Fiorentini contro Castruccio Castracane; il primo duca di Sora Nicolò muore alla difesa di Costantinopoli con Costantino Paleologo; Ascanio muore nelle acque di Lepanto a fianco di Don Giovanni d'Austria; Bonaventura VIII è da Carlo V reputato degno della difesa di tutto l'Impero, e di lui dice l'Imperatore che lo eleggerebbe a suo campione se dovesse rischiar la corona in una giostra; il grande Andrea dà l'esempio straordinario di una vita intesa tutta a combattere senza mai tregua, dalla primissima giovinezza fino all'ultimo respiro.... Ecco, veramente, il tipo più compiuto che sia escito fino ad oggi dalla mia razza. Andrea è uno dei più alti eroi della volontà e della constrizione. Tralasciamo il novero delle sue fortune. In Italia, in Germania, in Fiandra, in Francia, in Ispagna, quasi innumerevoli sono le città e i luoghi da lui acquistati e aggiunti al Cattolico Impero, gli assedii posti e sostenuti. Egli è il Poliorcete per eccellenza, negli stratagemmi maestro fecondo quant'altri mai, ardentissimo e prudentissimo nel tempo medesimo, “scorgendosi in lui„ come dice uno dei suoi storici “unite tutte quelle doti e qualità ch'in altri più illustri Capitani separatamente osservate si sono„. Ma quel che ai miei occhi lo innalza sopra tutti è l'inaudito rigore della disciplina a cui egli sottoponeva sé medesimo e le sue milizie. Certi suoi tratti di severità m'inebriano più che la vista delle bandiere da lui tolte ai nemici. Comandando sempre milizie senza paga e male in arnese, egli riesce ad averle in pugno pronte e diritte come una spada sola. Nessuno mai conobbe meglio di lui il modo d'imprimer sé stesso su la condotta altrui. Eloquente e nervoso nel discorso, egli preferisce pur sempre alla virtù della parola la diretta efficacia dell'esempio. Va sempre innanzi alle sue schiere, a piedi quando guida i fanti; dorme sempre vestito; non mangia e non beve se non quel che mangiano e bevono i suoi soldati; è il primo sempre all'assalto, l'ultimo a ritirarsi; coperto di ferite rifiuta di deporre l'armatura; sul campo della vittoria o nella città espugnata, non tocca mai bottino. E nella guerra delle Fiandre si rende così terribile che le madri, per ottenere obbedienza dai fanciulli, li spaventano col suo nome. Può un uomo determinar la sua propria effigie con un rilievo più schietto e più gagliardo? Escì mai da conio medaglia battuta con impronta più fiera? Nel suo secolo Andrea è soprannominato novello Epaminonda. Ebbene, anche in questo infaticabile guerriero risalta il carattere intellettuale della stirpe. Non pure egli è dottissimo nelle lingue, matematico insigne, maestro di architettura militare, scrittore di scienza bellica, ma è buon conoscitore e splendido proteggitore delle arti liberali. Eritio Puteano dedicandogli un'opera latina lo invoca Armorum gloria, Litterarum tutela. Cornelio Scheut d'Anversa offrendogli un suo libro di disegni capricciosi lo rappresenta Eroe cultor di eleganze fra le armi, Heros inter arma elegantias colens. Prosegue Andrea in questo la tradizion familiare, alla cui origine risplende inghirlandata Fanetta Cantelma, Dama di Romanino, poetante “con un certo furor divino„ tra i lauri di Provenza in una Corte d'Amore. E non sembra siasi anche trasmessa in lui qualcuna delle attitudini prodigiose per cui Alessandro si eleva tra i discepoli del Vinci a Milano? Egli imagina novissime forme di fortificare; costruisce su la Mosa il celebre Forte chiamato a gloria del suo inventore il Forte Cantelmo; fabbrica armi strane che ai contemporanei paiono quasi magiche.... Non v'è qualche cosa di leonardesco in questi suoi ingegni, che ricorda Alessandro?

Avevo proferito il nome di Colui che vivendo in continua comunione col mio spirito era da me tenuto come il Genio della stirpe destinato a risorgere un giorno su dal tronco superstite in un'apparizione di vita sublime. “O tu, sii quale devi essere„. Sotto il suo sguardo e sotto il suo ammonimento erasi determinato in linee definitive il mio cómpito; ed ecco, nell'ora in cui stava per risolversi una grande cosa, egli ponevasi al mio fianco. Io l'aveva dinnanzi agli occhi vivo, come se la sua mano pallida e tirannica fosse poggiata allo spigolo del tavolo che m'era da canto e quivi posassero la statuetta di Pallade e la melagrana dalla foglia aguzza e dal fiore ardente. “O tu, sii quale devi essere„. E un'altra figura giovenile, che sembrava il minor fratello di lui, gli si teneva di contro come un riflesso.

— Alessandro ed Ercole! Ecco i due purpurei fiori succisi che due divini artefici, Leonardo e Ludovico, raccolsero e commutarono in indistruttibili essenze. Andrea Cantelmo quando morì aveva già manifestato tutte le sue energie ch'egli portava in sé; e la morte lo colse al limitare della vecchiezza, coperto di gloria, súbito dopo quell'assedio di Balaguer che fu la massima delle sue imprese eroiche. Ma questi due, affacciatisi alla vita con le mani colme di tutti i semi della speranza, avevano dinnanzi a loro ogni più vasta possibilità. Le loro teste giovenili parevano fatte per portar la corona regale, l'antica corona già portata dai padri. In un d'essi il Vinci divinava il futuro fondatore di un nuovo principato, il Tiranno trionfante che doveva imporre alle moltitudini il giogo di quella Scienza e di quella Bellezza a cui il grande maestro aveva iniziato il discepolo prediletto. Ma la sorte volle differire il compimento della profezia. Entrambi gittarono la loro vita nel primo impeto, poiché un troppo veemente ardore li divorava: Ercole nelle arene del Po contro gli Schiavoni; Alessandro su le rive del Taro alla battaglia di Fornovo. Ricordate i versi con cui l'Ariosto celebra il bellissimo figliuolo di Sigismondo Cantelmo?

Il più ardito garzon che di sua etade