—Per me?—ella mi domandò, timida e umile.

—Per te.

Ella socchiuse le palpebre, e un barlume di sorriso le tremolò sul volto. Sentii che io non ero mai stato amato come in quell'ora.

Disse, dopo una pausa, guardandomi con gli occhi umidi:

—Grazie.

L'accento, il sentimento espresso mi ricordarono un altro grazie: quello da lei proferito in un mattino lontanissimo della convalescenza, nel mattino del mio primo delitto.

XXVII.

E così ricominciò la mia fatica alla Badiola e continuò trista, senza episodii notevoli, mentre l'ora s'indugiava nel quadrante solare aggravata dalla monotonia delle cicale che frinivano su gli olmi. Hora est benefaciendi!

E nel mio spirito si avvicendarono i soliti fermenti, le solite inerzie, i soliti sarcasmi, le solite vane aspirazioni, le solite crisi contraddittorie: l'abondanza e l'aridità. E più d'una volta, considerando quella cosa grigia neutra mediocre fluida e onnipossente che è la vita, pensai: "Chi sa! L'uomo è, sopra tutto, un animale accomodativo. Non c'è turpitudine o dolore a cui non s'adatti. Può anche essere che io finisca con un accomodamento. Chi sa!"

Mi sterilivo a furia d'ironie. "Chi sa che il figlio di Filippo Arborio non sia, come si dice, tutto il mio ritratto. L'accomodamento allora sarà anche più facile." E ripensavo alla triste voglia di ridere che m'era venuta una volta sentendo dire d'un bimbo (che io sapevo sicuramente adulterino) alla presenza dei legittimi coniugi: