—Non fa troppo caldo qui dentro?—dissi, provando un po' di soffocazione.
La camera in fatti era caldissima. In un angolo, su la cupola d'un braciere si scaldavano alcune pezzuole, una fascia. Si udiva anche un gorgoglio d'acqua in bollore. Si udiva a quando a quando il tintinno dei vetri sotto le ventate che fischiavano o rugghiavano.
—Senti che tramontana si rivolta!—mormorò mia madre.
Io non avvertii più gli altri rumori. Ascoltai il vento, con un'attenzione ansiosa. Mi corse qualche brivido per le ossa, quasi che m'avesse penetrato un filo di quel freddo. Andai verso la finestra. Nell'aprire uno scuretto, le dita mi tremavano. Appoggiai la fronte contro il vetro gelido e guardai di fuori, ma l'appannatura prodotta subito dall'alito m'impediva di vedere. Levai gli occhi e scorsi a traverso il vetro più alto scintillare il cielo stellato.
—È sereno—dissi, uscendo dal vano della finestra.
Avevo dentro di me l'imagine della notte adamantina e micidiale, mentre gli occhi mi correvano a Raimondo che pendeva ancora dalla poppa.
—Ha mangiato stasera Giuliana?—mi domandò mia madre, con un accento amorevole.
—Sì—le risposi, senza dolcezza; e pensai: "In tutta la sera tu non hai trovato un minuto per venire a vederla! Non è la prima volta che la trascuri. Hai dato il cuore a Raimondo."
XLIII.
La mattina dopo, il dottor Jemma osservò il bambino e lo dichiarò perfettamente sano. Non diede alcuna importanza al fatto della tosse addotto da mia madre. Pur sorridendo delle cure e delle apprensioni eccessive, raccomandò la cautela in quei giorni di freddo crudo, raccomandò la massima prudenza per le lavande e pel bagno.