La vidi alterata nel volto come chi sia per rompere in un pianto. Non aspettai il suo consenso. Uscii in fretta; ma non trascurai di ripetere a Cristina che rimanesse fino a che io non fossi risalito.
A pena fuori, fui costretto a fermarmi per resistere alla soffocazione dell'ambascia. Pensai: "Se non riesco a dominare i miei nervi, tutto è perduto." Tesi l'orecchio, ma non udii se non il rombo delle mie arterie. M'avanzai per l'andito fino alle scale. Non incontrai nessuno. La casa era silenziosa. Pensai: "Tutti già sono nella cappella, anche i domestici. Non c'è nulla da temere." Aspettai due o tre minuti ancora, per ricompormi. In quei due o tre minuti l'intensione del mio spirito cadde. Ebbi uno smarrimento strano. Mi passarono pel cervello pensieri vaghi, insignificanti, estranei all'atto che stavo per compiere. Contai macchinalmente i balaustri della ringhiera.
"Certo Anna è rimasta. La stanza di Raimondo non è lontana dalla cappella. I suoni annunzieranno il principio della Novena." Mi diressi verso la porta. Prima di giungervi, udii il preludio delle cornamuse. Entrai senza esitare. Non m'ero ingannato.
Anna stava in piedi, presso la sua sedia, atteggiata in modo così vivo ch'io subito indovinai ch'ella era allora allora balzata in piedi udendo le cornamuse della sua montagna, il preludio della pastorale antica.
—Dorme?—domandai.
Ella m'accennò di sì col capo.
I suoni continuavano, velati dalla distanza, dolci come in un sogno, un po' rochi, lunghi, lenti. Le voci chiare delle ceramelle modulavano la melodia ingenua e indimenticabile su l'accompagnamento delle cornamuse.
—Va anche tu alla Novena—io le dissi.—Resto io qui. Da quanto tempo s'è addormentato?
—Ora.
—Va, va dunque alla Novena.