Le gambe s'erano affloscite, i piedini erano diventati paonazzi. Nulla era più miserevole di quello straccetto di carne morta, d'avanti a quella finestra su cui cadeva l'ombra, al lume di quella candela.
Ma ancora un suono indescrivibile, che non era un vagito né un grido né un rantolo, esciva dalla boccuccia quasi cerulea, insieme con un po' di bava bianchiccia. E mia madre, come una pazza, si gittava sul morticino.—
Così rivedevo tutto, a occhi chiusi; aprivo gli occhi, e rivedevo tutto ancora, con una intensità incredibile.
—Quella candela! Leva quella candela!—gridai a Federico, sollevandomi sul letto, atterrito dalla mobilità della fiammella pallida.—Leva quella candela!
Federico andò a prenderla, andò a metterla dietro un paravento. Poi tornò al mio capezzale; mi fece ricoricare; mi mutò la pezzuola fredda su la fronte.
E a quando a quando, nel silenzio, udivo il suo sospiro.
LI.
Il giorno dopo, se bene io fossi in uno stato di estrema debolezza e di stupore, volli assistere alla benedizione del parroco, al trasporto, a tutto il rito.
Il cadaverino era già chiuso in una cassetta bianca, ricoperta da un cristallo. Aveva su la fronte una corona di crisantemi bianchi, aveva un crisantemo bianco tra le mani congiunte, ma nulla eguagliava la bianchezza cerea di quelle mani esigue ove soltanto le unghie erano rimaste violette.
Eravamo presenti io e Federico e Giovanni di Scòrdio e alcuni famigliari. I quattro ceri ardevano lacrimando. Entrò il prete con la stola bianca, seguito dai chierici che portavano l'aspersorio e la croce senz'asta. Tutti c'inginocchiammo. Il prete asperse d'acqua benedetta il feretro dicendo: