—Mi piace.

Ella prese di sul tavolo una fiala e me la porse. E io la fiutai a lungo per fare qualche cosa, per avere il tempo di preparare un'altra qualunque frase. Non riuscivo a dissipare la mia confusione, a riconquistare la mia franchezza. Sentivo che ogni intimità fra noi due era caduta. Ella mi pareva un'altra donna. E intanto l'aria di Orfeo mi ondeggiava ancora su l'anima, m'inquietava ancora.

Che farò senza Euridice?

In quella luce dorata e tepida, in quel profumo così molle, in mezzo a tutti quegli oggetti improntati di grazia femminile, il fantasma della melodia antica pareva svegliare il palpito d'una vita segreta, spandere l'ombra d'un non so che mistero.

—Com'è bella l'aria che tu cantavi dianzi!—io dissi, obbedendo all'impulso che mi veniva dalla inquietudine.

—Tanto bella!—ella esclamò.

E una domanda mi saliva alle labbra: "Ma perchè cantavi?" La trattenni; e ricercai dentro di me la ragione di quella curiosità che mi pungeva.

Successe un intervallo di silenzio. Ella scorreva con l'unghia del pollice su i denti del pettine, producendo un leggero stridore. (Quello stridore è una particolarità chiarissima nel mio ricordo).

—Tu ti vestivi per uscire. Séguita dunque—io dissi.

—Non ho da mettermi che la giacca e il cappello. Che ora è?