Non aveva questo straordinario artista, che i suoi libri mostravano quasi direi sublimato in essenza spirituale pura, non aveva egli esercitato il suo fascino anche su me? Non avevo io chiamato quel suo Giorgio Aliora un libro "fraterno?" Non avevo io ritrovato in qualcuna delle sue creature letterarie certe strane rassomiglianze col mio essere intimo? E se a punto questa nostra affinità strana gli agevolasse l'opera di seduzione forse intrapresa? "Se Giuliana gli si abbandonasse, avendogli a punto riconosciuta qualcuna di quelle attrazioni medesime per cui io mi feci un tempo da lei adorare?" pensai, con un nuovo sgomento.
Ella rientrò nella stanza. Vedendo quel libro tra le mie mani, disse con un sorriso confuso, con un po' di rossore:
—Che guardi?
—Conosci Filippo Arborio?—io le domandai subito, ma senza alcuna alterazione di voce, con il tono più calmo e più ingenuo ch'io seppi.
—Sì,—ella rispose, franca.—Mi fu presentato in casa Monterisi. È venuto anche qualche volta qui, ma non ha avuto occasione d'incontrarti.
Una domanda mi salì alle labbra. "E perché tu non me ne hai parlato?" Ma la trattenni. Come avrebbe ella potuto parlarmene, se da molto tempo io col mio contegno aveva interrotto tra noi ogni scambio di notizie e di confidenze amichevoli?
—È assai più semplice dei suoi libri—ella soggiunse, disinvolta, mettendosi i guanti con lentezza.—Hai letto Il Segreto?
—Sì, l'ho già letto.
—T'è piaciuto?
Senza riflettere, per un bisogno istintivo di rilevare davanti a
Giuliana la mia superiorità, io risposi: