—Vi battete?—fece l'Arborio con una curiosità manifesta.

—Sì.

Egli esitò un poco; quindi soggiunse:

—Con chi?, se non sono indiscreto.

—Con Eugenio Egano.

M'accorsi ch'egli desiderava di sapere qualche cosa di più, ma che lo tratteneva il mio contegno freddo e in apparenza disattento.

—Maestro, un assalto di cinque minuti—io dissi, e mi volsi per andare nello spogliatoio. Giunto su la soglia, mi soffermai a guardare in dietro e scorsi l'Arborio che aveva ripreso a schermire. Un'occhiata mi bastò per conoscere ch'egli era mediocrissimo in quel giuoco.

Quando incominciai l'assalto col maestro, sotto gli occhi di tutti i presenti, s'impadronì di me una particolare eccitazione nervosa che raddoppiò la mia energia. E sentivo su la mia persona lo sguardo fisso di Filippo Arborio.

Dopo, nello spogliatoio, ci ritrovammo. La stanza troppo bassa era già piena di fumo e d'un odore umano acutissimo, nauseante. Tutti là dentro, nudi, nelle larghe cappe bianche, si strofinavano il petto, le braccia, le spalle, con lentezza, fumando, motteggiando ad alta voce, dando sfogo nel turpiloquio alla loro bestialità. Gli scrosci della doccia si alternavano con le grasse risa. E due o tre volte, con un indefinibile senso di repulsione, con un sussulto simile a quello che mi avrebbe dato un violento urto fisico, io intravidi il corpo smilzo dell'Arborio, a cui i miei occhi andavano involontariamente. E di nuovo l'imagine odiosa si formò.

Non ebbi, dopo d'allora, altra occasione d'avvicinare colui e né pure d'incontrarlo. Né me ne curai. Né in séguito fui colpito da alcuna apparenza sospetta nella condotta di Giuliana. Di là dal cerchio sempre più angusto in cui mi agitavo, nulla era per me chiaramente sensibile, intelligibile. Tutte le impressioni estranee passavano sul mio spirito come gocciole d'acqua su una lastra arroventata, o rimbalzando o dissolvendosi.