Quando rientrai era la primavera. Portavo meco le violette e la pioggia di marzo e — non so perché — un palpito insostenibile. E là nella stanza, davanti a te e a mio fratello, mentre ti accomiatavi, sentii d'un tratto il giorno distaccarsi e cadere come un masso pesante che si sprofonda e non si troverà più. Tutti i giorni cadono, lo so: ma quello... in un altro modo. E tu e mio fratello mi sembraste, non so, come più vecchi. Pareva venuto non so che autunno di sotterra. E, quando ti stesi quel mazzo di violette, intravidi la tua mano che lo prendeva ma non te che eri già passato dalla parte della notte, dietro la porta... E, perché mio fratello mi parlava del sole su l'Aventino, non potei non piangere.

Egli la serra contro di sé nell'interrogarla, agitato.

Corrado.

Piangesti? E che ti disse tuo fratello allora?

Ella appoggia la tempia sul petto di lui.

Non rispondi?

Ella parla anelatamente.

Maria.

Ascolto il tuo cuore. Batte più forte.

Corrado.