Entra Virginio Vesta; e l'uscio si riserra dietro di lui. Sembra che nel giro d'un giorno egli abbia vissuto vent'anni di vita carichi di lutto; ma una indòmita volontà di salvezza arde ne' suoi occhi gravi. Stanno l'uno di fronte all'altro i due amici e si guardano, per alcuni istanti in cui la ruota dell'intima vita gira vertiginosamente. Il palpito dei cuori, al primo parlare, fiacca la voce nelle gole aride. Quegli che primo parla ha la parola quasi sparente, come per lo sforzo di toglierle ogni qualità corporale affinché meno pesi, meno offenda.
Corrado.
Perché vieni, Virginio? Una sola pena mi pareva di non poter patire, fra tutte, dall'ora di ieri a questa: il tuo sguardo senza minaccia. E perché stringi me e te in quest'orrore? E che mi dirai? e che ti dirò? Vedi che quasi non so parlare. Sento che il solo suono della mia voce ti fa soffrire orribilmente.
Virginio.
No. Più male non puoi farmi. E perché tanto male tu m'abbia fatto, guarda, non te lo chiedo. Ma certo, se bene così parli, sento che la tua voce passa tra i tuoi denti...
Corrado.
La belva! Vieni per giudicarla?
Virginio.
Non giudico. Sono anch'io nel cerchio d'inferno in cui ci hai cacciati e serrati all'improvviso. Si può urlare di dolore o di furore, ma non giudicare. Anche in me oggi non parlano se non gli istinti. Il primo sforzo per mozzare il grido e l'imprecazione, per tener diritte nella mia schiena le vèrtebre che si disgiungevano, lo sforzo contro l'annientamento io l'ho compiuto. Vedi, resto in piedi. Ma ora sono come in mezzo a un incendio: non vedo, non odo se non in confuso: non giudico: ho tutta la forza e tutta la volontà nelle due braccia per prendere, per portare qualche cosa di umano a salvamento.
Corrado.