«È una bella sera» dice l'Ulisside allorché, avendo preso commiato dal fratello generoso e dalla vita terribile con l'ultima strofe del suo fùnebre canto, si accosta alla finestra aperta ed alza al cielo primaverile di Roma gli occhi che fra poco saranno spenti. Si racconta che, come l'attore ebbe pronunziata quella parola tranquilla, un potentissimo scroscio di risa rintronò tutto il teatro e fece lungamente sussultare il ventre innumerevole.
Ora la notte d'ottobre non appariva men bella della sera di marzo, ma indulgente verso un tenue riso silenzioso che ben sapeva d'esser destinato a prevalere. E io pensavo che di là dalla muraglia, nel chiostro certosino, sotto le costellazioni si taceva il michelangiolesco cipresso onde Virginio Vesta avrebbe dovuto spiccare il ramo per la corona da deporre «su le ginocchia di pietra». Ed ecco, la tua ironia si soffermò per dire: «Si sveglia l'Erinni».
Era l'antica, la ludovisia, la bellissima, quella che là entro dormiva come le sue sorelle eschilèe nel tempio di Delfo: non la nera cagna infernale, la persecutrice sanguinaria, dal soffio romoroso, dagli occhi pregni d'atra bile, dalla convulsa bocca schiumante; bensì, mutata già in Eumenide, la grande vergine severa, simile a una Melpomene senza la maschera, coronata non dell'edera ma d'una divina tristezza.
Non diedi io quel puro viso a ciascuna delle «nuove Erinni» invocate dal delirio dell'uccisore sul limite santo che separa la notte dal giorno? O figlie dell'Aurora e dell'Uomo, siate pietose alla semplicità dei dottori che vi confusero con i custodi baffuti della Sicurezza publica!
Ci piacque d'imaginar rinnovato per l'Ulisside il giudizio di Oreste, il dibàttito presieduto da Pallade nell'Areopago venerando dinanzi al popolo convocato dalla tromba tirrenica. «Sarà il colpevole assolto dal bianco lapillo di Atena?» L'Occhichiara, alzata nel suo corto chitone dorico dalle pieghe simili alle scanalature della colonna, si degnò di ascoltare l'accusa e la difesa con sopracciglio sereno, come colei che — nata dal Cervello — converte del continuo l'ambiguo evento in specie di puro pensiero. Ma, prima dello scrutinio, ahimè, subitamente si dileguò. E ci accorgemmo ch'ella era stata offesa dall'aspetto e dall'odore di uno fra i tanti miei patroni e clièntoli sopraggiunto; il quale, premendo la casta mano sul cuor purulento, prese a lamentare la mia gloria abbattuta per sempre contro le lastre del Viminale. Tuttavia, per buono stomaco, da quei costanti bevitori d'acqua che noi siamo, potemmo essere a cena.
Oggi, in questa sottile spiaggia etrusca — mentre è lontanissimo il coro delle bertucce giovinette e dei mammoni decrepiti che m'inibiscono l'immortalità — ho veduto brillare su la sabbia al limite dell'onda il bianco lapillo di Atena e l'ho raccolto religiosamente prostrandomi. Ψῆφος Ἀθηνᾶς: è un ciottoletto, non più grande dell'aliosso polito dal gioco dei fanciulli; e parve, su la collina di Ares, il fondamento augusto della nuova giustizia.
Hai certo nella memoria il sublime episodio eschilèo. Il supplice, ricoverato nel tempio di Pallade, ha cinto con ambe le braccia l'imagine santa; e ha detto: «Sopito è il sangue su la mia mano, e inaridito. Invoco Atena con bocca pura...». Egli ha già disseparato l'anima sua viva dall'atto estraneo. Come l'Ulisside, egli non è più «l'attributo del suo atto». Purificato dal dio di Delfo, egli abbandona la sua colpa come una veste immonda; recupera nell'innocenza la sua nudità nativa; e le sue ossa sembrano «rivestite d'una nuova sostanza». Non altrimenti, nell'aria del mattino, l'Ulisside sente «la sua vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione». Non sembra che costui invochi la medesima dea? Non è rivolta la sua diritta domanda a Colei «dai pensieri numerosi» che porta sul petto il capo della Gòrgone? «Tu dimmi se un sol movimento debba valere contro tutta una vita libera alzata su due talloni.»
Le vecchie Erinni schiumanti di furore si scagliano con zanne ed artigli contro il supplice che ancóra sa pregare «con bocca pura». Bisogna ch'egli perisca nell'ignominia, ch'egli non più conosca «la gioia dello spirito», ch'egli non parli più, ch'egli non risponda più, che vivo sia dilaniato e divorato! Il coro vorticoso intorno al protetto d'Apolline volge il carme che incatena, l'inno senza lira, peste dei mortali. O amico, e non altrimenti, invaso dall'insania delle rugose Vendicatrici, il coro degli spettatori nella notte d'ottobre insorse contro l'affermazione dell'Ulisside. Ἀφόρμικτος era certo il suo ululo, ma non senza risonanza, come quello che palesava la radice inespugnabile della barbarie primitiva nell'anima civica. Il poeta tragico aveva compiuto il suo officio; che è di porre l'ardimento e la libertà dell'uomo dinanzi a un problema spaventevole. La folla voleva tagliare il nodo col rugginoso ferro del tallone, caduto dalle branche affievolite delle vecchie Erinni. «Ci scagliamo contro a lui, comunque valido ei sia, e struggiamo il sangue giovenile.» Tornare doveva dalle ripe dello Scamandro alla difesa Colei che non fu nutrita nelle tenebre della matrice ma nei lampeggiamenti del cervello maschio.
Or ecco — tu lo vedi — nell'Areopago instituito, Oreste coronato d'olivo selvaggio è seduto sul sasso dell'Ingiuria. Presso di lui è il Divinatore, testimone e complice. Per la sua virtù di Onniveggente, il dio luminoso tutto comprende e tutto perdona. La sua pupilla solare, penetrante come il suo dardo, ritrova nel più segreto cuore la cagione della colpa. Al suo fuoco incorruttibile il vapore del crimine si dilegua. La potenza della sua luce dissolve ed assolve. Quivi, nella chiostra contemplata dal cielo attico, egli assiste il matricida contro la ferocia delle cagne inferne. «Siimi tu testimone, o Apolline» dice il fratello d'Elettra.