Virginio.
Hai vinto al giuoco?
Tace il violento per alcuni attimi; si allontana, poi si riaccosta: ha l'occhio torbido e fisso.
Corrado.
L'altra notte, la notte dell'anniversario, sul tappeto verde c'era denaro bastevole per arruolare armare ed equipaggiare una scorta di duecento àscari con muli asini cammelli vettovaglie e mercanzie di scambio. Mentre la sorte nemica di colpo in colpo mi riduceva inesorabilmente al muro, io seguivo nella mia imaginazione tutta l'opera dell'allestimento; e vedevo sul tristo sabbione della costa le mie balle, le mie casse, le mie tende e i miei uomini e le mie bestie da soma e da macello, e l'ombra mostruosa delle gigantesche ceppaie senza foglie su la duna oceanica. Gli orecchi mi rombavano come se avessi preso dieci grammi di chinino, e sentivo intorno alla mia persona non so che aura isolante. Di tratto in tratto la mia visione s'interrompeva, e intorno m'apparivano i miei compagni di giuoco ridicoli e miserevoli come nell'incoerenza d'un sogno, anemici o apoplettici, giallognoli o scarlatti, alcuni rasi e flosci come istrioni, altri imbellettati e tinti come meretrici; e il lezzo nauseante delle pomate e dei fiati guasti si mescolava in me all'odore imaginario della mia carovana e al soffio dell'Oceano Indico. Ma l'uomo che teneva il banco era spaventoso: il suo cranio calvo, con in mezzo un solo ciuffetto crespo, mi ricordava un cammelliere tunno, e il suo grosso labbro pendente mi ricordava una vecchia arpia venditrice di burro che avevo veduta al mercato di Bèrbera. Il denaro s'accumulava dinanzi a lui; ed egli lo radunava senza fretta, separando la carta dall'oro, con una mano di quadrùmane mezzo nascosta dal polsino inamidato. Poco rimaneva agli altri; a me un gruzzolo d'oro, quanto n'entra nel pugno. E ciascuno sentiva che su la tavola il vortice silenzioso continuava a volgersi per il verso di quell'uomo, e che era impossibile salvare quei resti. Rividi uno dei miei Sudanesi, un colosso, piombato dall'alto in un gorgo del Uelmàl, aggirato come un guscio di banana, inghiottito in un attimo. Pareva che mi risalisse al cervello l'idromele dei Galla, o che mi tornasse improvviso un accesso del mukunguru, della febbre d'Africa. Avevo un dolore sordo tra le spalle, il battito alle tempie, lampi d'allucinazione negli occhi. Raccogliendo quel poco d'oro per puntare, mi venne in mente — non so perché — il modo che tennero i Somàli nell'uccidere Pietro Sacconi mentre parlamentavano: uno gli gettò in viso una manata di sabbia, un altro gli diede un colpo di lancia nel costato. L'imagine interna fu così forte che mi comunicò ai muscoli uno di quei due moti; la riscossa della volontà riescì a trattenere il braccio che era per scagliare la manata di metallo sul viso dell'uomo calvo, ma non così che il mio gesto nel porre la posta non apparisse scorretto. Colui levò gli occhi bianchicci, e io vidi sul suo grosso labbro una parola acre spuntare e rientrare. Egli aveva incontrato il mio sguardo e non aveva osato. Non so quale fosse l'attitudine dei presenti in quel punto, perché da una banda e dall'altra vedevo buio come nella notte di due anni innanzi tra le euforbie abbattute dal passaggio degli elefanti. E qualche cosa di opaco, di carnale m'ingombrava dentro. Sentivo in quell'uomo la paura fisica di me, e in me la facilità di annientarlo. Sapevo che avrei potuto prenderlo per la collottola e ch'egli si sarebbe lasciato scuotere senza rivoltarsi, come quei cani che s'abbiosciano sotto il castigo e nel pugno del padrone diventano tutta pelle mencia. Lo avrei scosso dicendogli: «Lascia là il bottino che non è tuo, bestia immonda; serve a me, alla mia idea, alla mia passione; mi serve a morire come mi piace in qualche parte che non sia quella che tu appesti». Ma allora anche l'ultima posta fu perduta. E allora giocai su la parola, vertiginosamente. A un certo punto udii la mia voce dire nel silenzio, chiara e ferma: «Voglio pagare il mio debito con una moneta che porti la mia effigie». Sussultai con un po' di freddo nella radice dei capelli; e, ridivenuto lucido, guardai intorno alla tavola. Tutti erano fissi nel fascino della sorte: nessuno aveva udito. La mia voce era rimasta in me.
A poco a poco, nel racconto egli s'è lasciato trascinare dall'istinto micidiale ed ha rivissuto con straordinaria potenza nell'orrore di quella tentazione notturna. Ora si arresta, preso da un fugace smarrimento. Ma sùbito riacquista il dominio di sé; e riafferra l'ironia contro l'amico sconvolto.
Virginio.
Corrado!
Corrado.
Che hai? Sei commosso.