Nel primo episodio la denudazione inesorabile avviene sotto gli occhi stessi dello spettatore. I personaggi non sono ancor del tutto liberati dal pregiudizio e dalla menzogna, non hanno ancor del tutto abbandonata la paura di soffrire e di far soffrire. Di tratto in tratto ancor s'ode, nelle pause della loro angoscia, la voce fioca e roca della consuetudine. A ogni parola, a ogni gesto del violento sembra che nell'aria della stanza tranquilla qualche cosa si schianti, qualche cosa si laceri. Quando il domatore di fiumi col linguaggio della poesia celebra la riconciliazione dell'Uomo e della Natura, ecco che la «Potenza velata dalla sua stessa bellezza» entra d'improvviso nella scena e impone la sua legge alla vicenda. Ella forzerà le palpitanti creature a cercare nel più profondo la lor «vera vita» e a manifestarla.
E per manifestarla ciascuno deve accettare «la meravigliosa necessità della solitudine». La maschera del Titano sospesa alla parete non cessa di biancheggiare pur nell'ombra crescente come un segno di luce inestinguibile. «È l'isola dello spirito» dice Corrado Brando «e non v'è nulla intorno fuorché la tempesta».
La prima apparizione di Maria è accompagnata dalla freschezza e quasi direi dal fremito della primavera acerba. Ella sopraggiunge con le mani piene di violette; ma l'odore dei fiori non le impedisce di sentire nell'aria chiusa l'odore della febbre mortale. Al suo gesto di supplichevole amore, Corrado non volge il capo nel partirsi ebro di lontananza e di perdimento. «Chi lo fermerà?» Ed ecco, scomparsa quella frenetica forza eccitatrice, la vita sembra rallentare il suo bàttito, illanguidirsi, raumiliarsi. Alle imagini della grandezza dolorosa e indòmita succedono le imagini delle bisogne umili e consuete. I vecchi infermi si affacciano alle finestre dell'Ospizio tutte eguali; nel ricordo camminano in fila su la spiaggia anziate i giumenti placidi che vengono dalle carbonaie di Conca. Sorge dal passato e s'indugia per qualche attimo nell'aria primaverile un sentimento di pace e di securità. Le lacrime della giovine donna sgorgano subitanee come la pioggia di marzo ma più silenziose. Entrano i due uomini dediti a offici che sono inutili per la vita: l'uno tenta di far rivivere le pietre morte, l'altro cura i mali incurabili della vecchiezza. E l'uno e l'altro vengono tratti dal «desiderio di riscaldare l'anima a un focolare amico», vengono per respirare «in una illusione di santità familiare». Evocano il dolce agio di ieri, la vecchia fante che porta la lampada verde, il silenzio della strada dietro le tende, gli usignuoli dell'Aventino, il rimorchio sul Tevere, i vaghi romori che approfondiscono la quiete; e quel navalestro Pàtrica che è quasi la larva del Tempo, quel passatore informe su cui sembra che passino le acque del fiume come tutte le cose labili.
O Vita, o Vita,
dono terribile del dio,
come una spada fedele,
come una ruggente face,
come la gorgóna,
come la centàurea veste!
Ecco che di sùbito l'eterna Medusa balza dal pavimento della stanza come da una voragine e agghiaccia l'anima di colui che ha tanto sofferto e tuttavia teme di toccare il fondo della miseria. Il capo irto di serpenti e grondante di nero sangue è là, in mezzo alle apparenze familiari, tenuto sospeso da un pugno invisibile. Per vincere l'orrore, per tener diritte nella schiena le vertebre che si disgiungono, bisogna inventare una virtù e animarla di sé con uno sforzo splendido e veloce che somigli a una resurrezione. Virginio Vesta, Maria Vesta, nati d'un medesimo sangue, suggellati dal medesimo suggello, sono d'improvviso chiamati alla vita eroica. Una voce li chiama, li solleva, li trasfigura e li disgiunge. Nella notte piena si compie il sublime travaglio, incominciato nell'incerto crepuscolo.