Anna il venerdì fece la prima comunione. L'arcivescovo era un vecchio venerando e mite: quando sollevava la mano per benedire, la gemma dell'anello risplendeva simile a un occhio divino. Anna, a pena sentì su la lingua l'ostia eucaristica, smarrì la vista per un'improvvisa onda di gaudio che le irrigò i capelli con la dolcezza d'un bagno tiepido e odoroso. Dietro di lei un sussurro correva nella moltitudine; allato, altre verginelle prendevano il sacramento e chinavano la faccia su 'l gradino, in gran compunzione.
La sera Francesca volle dormire, com'è costume dei fedeli, su 'l pavimento della basilica, aspettando l'ostensione matutina del santo. Ella era incinta da sette mesi, e molto l'affaticava il peso del ventre. Su 'l pavimento i pellegrini giacevano accumulati; dai loro corpi esalava il calore e montava nell'aria. Alcune voci confuse uscivano a tratti da qualche bocca inconscia nel sonno; le fiammelle tremolavano e si riflettevano su l'olio nei bicchieri sospesi tra li archi; e nei vani delle larghe porte aperte scintillavano le stelle alla notte primaverile.
Francesca vegliò per due ore in travaglio, poichè [pg!28] l'esalazione dei dormienti le dava la nausea. Ma, determinata a resistere e a soffrire pe 'l bene dell'anima, vinta dalla stanchezza, piegò alfine il capo. Su l'alba si destò. L'aspettazione cresceva nelli animi delli astanti e altra gente sopraggiungeva: in ciascuno ardeva il desiderio d'essere primo a vedere l'Apostolo. Fu aperto il cancello esterno; e il romore dei cardini risonò nitidamente nel silenzio, si ripercosse in tutti i cuori. Fu aperto il secondo cancello, poi il terzo, poi il quarto, il quinto, il sesto, l'ultimo. Parve allora come una tromba d'uragano investisse la moltitudine. La massa delli uomini si precipitò verso il tabernacolo: grida acute squillarono nell'aria mossa da quell'impeto; dieci, quindici persone rimasero schiacciate e soffocate; una preghiera tumultuaria si levò.
I morti furono tratti fuori all'aperto. Il corpo di Francesca, tutto contuso e livido, fu portato alla famiglia. Molti curiosi in torno si accalcarono; e i parenti gemevano compassionevolmente.
Anna, quando vide la madre distesa su 'l letto tutta violacea nella faccia e macchiata di sangue, cadde a terra senza conoscenza. Poi, per molti mesi fu tormentata dall'epilessia. [pg!29]
III.
Nell'estate del 1835 Luca partiva per un porto della Grecia su 'l trabaccolo Trinità di Don Giovanni Camaccione. Siccome egli aveva nell'animo un segreto pensiero, prima di navigare vendè le masserizie e pregò i parenti d'accogliere Anna nella casa fin che egli non tornasse. Di là a qualche tempo il trabaccolo tornò carico di fichi secchi e d'uva di Corinto, dopo aver toccata la spiaggia di Roto. Luca non era tra la ciurma; e si vociferò poi ch'egli fosse rimasto nel paese dei portogalli con una femmina amorosa.
Anna si ricordava dell'antica ospite balbuziente. Una gran tristezza allora discese nella sua vita. La casa dei parenti era sotto la strada orientale, in vicinanza del Molo. I marinai venivano a bere il vino in una stanza bassa, ove quasi tutto il giorno le canzoni sonavano tra il fumo delle pipe. Anna passava in mezzo ai bevitori portando i boccali colmi; e il primo istinto de' suoi pudori si risvegliava a quel contatto assiduo, a quell'assidua comunione di vita con uomini bestiali. Ad ogni momento ella doveva soffrire i motti inverecondi, le risa crudeli, i gesti ambigui, la malvagità [pg!30] delle ciurme inasprite dalle fatiche della navigazione. Ella non osava lamentarsi, poichè mangiava il pane nella casa delli altri. Ma quel supplizio di tutte le ore la rendeva ebete: una imbecillità grave le opprimeva a poco a poco l'intelligenza indebolita.
Per una naturale inclinazione affettiva dell'animo, ella poneva amore alli animali. Un asino di molta età era ricoverato sotto una tettoia di paglia e di argilla, dietro la casa. Il quadrupede mansueto portava cotidianamente some di vino da Sant'Apollinare alla tavernella; e se bene i suoi denti cominciavano a ingiallire e le sue unghie a sfaldarsi, e se bene il suo cuoio era già secco e non aveva quasi più pelo, talvolta nel conspetto d'una fiorita di cardi ridirizzava le orecchie e si metteva a ragliar vivacemente in un'attitudine giovenile.
Anna empiva di profenda la greppia e d'acqua l'abbeveratoio. Quando il calore era grande, ella veniva sotto la tettoia a meriggiare. L'asino triturava i fili di paglia tra le mandibole laboriose, ed ella con un ramo fronzuto faceva opera di pietà liberandogli la schiena dalla molestia delli insetti. Di tanto in tanto l'asino volgeva la testa orecchiuta, per un rincrespamento delle labbra flosce [pg!31] mostrando le gencive quasi in un rossastro riso animalesco di gratitudine e mostrando per un moto obliquo dell'occhio nell'orbita il globo giallognolo e venato di paonazzo come una vescica di fiele. Li insetti turbinavano con un ronzio pesante su 'l fimo; non dalla terra nè dal mare venivano romori o voci; e un senso vago di pace occupava allora l'animo della donna.