Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne, guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani, le antifone, li invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio [pg!252] pe' i defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell'aia non latrano contro di lui. Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto; ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia, accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all'ombra di qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti, tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi, in attitudini di reverenza, tenendo li stromenti dell'agricultura. Nelle braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità che le fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro corpi nodosi, di cui la pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal suolo nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con li alberi le radici.

Spandesi allora dall'uomo cieco su quella gente e su le cose in torno una solennità di religione. Non il sole, non i presenti frutti della terra, non la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni dei cori lontani bastano a difendere li animi dal raccoglimento e dalla tristezza della religione. Una delle madri indica il nome del parente morto a cui ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre il capo. [pg!253]

Appare il suo cranio largo e splendente, cinto di canizie; e tutta la faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa, si raggrinza e vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie, sotto la cavità delli occhi, lungo li orecchi, e poi d'in torno alle narici e alli angoli delle labbra mille grinze sottili e fitte si compongono e si scompongono a seconda dell'inspirazione ritmica del fiato nello stromento. Rimangono tesi e lucidi e salienti li zigomi, solcati da venature sanguigne simili a quelle che traspariscono in autunno nelle foglie della vite. E delli occhi, in fondo alle orbite, non si vede che il segno rossiccio della palpebra inferiore rivolta. E su tutte le scabrosità della pelle, su tutta quella meravigliosa opera d'incisione e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla vecchiezza, e di tra i peli duri e corti d'una barba mal rasa, e nei cavi e nelle corde del collo lungo e rigido la luce si frange, sfugge, si divide quasi direi per stille, come una rugiada su una zucca piena di porri e di muffe, gioca in mille maniere, vibra, si spenge, esita, dà talvolta a quella umile testa inaspettate arie di nobiltà.

Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti delle dita su le chiavette malferme, escono suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una vita [pg!254] e quella inesprimibile apparenza di umanità che acquistano le cose per l'assiduo uso in servigio dell'uomo. Il bossolo ha una lucentezza untuosa; i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di piccoli ragni, sono ancora occupati dalle tele o dalla polvere; le chiavette, lente, sono macchiate di verderame; e qua e là la cera vergine e la pece chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le commessure; e ancora si veggono in torno all'orlo li ornamenti della gioventù. Ma la voce è debole e incerta. Le dita del cieco si muovono macchinalmente, poichè non fanno che ricercare quel preludio e quell'interludio da gran tempo.

Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi alla prima falange dell'anulare e del medio, con l'unghia del pollice depressa e violetta, somigliano le mani d'una scimmia decrepita; hanno su 'l dorso le tinte di certi frutti malsani, un misto di roseo, di giallognolo e di turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di solchi, e tra dito e dito la pelle escoriata.

Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare il Libera me Domine e il Ne recorderis, lentamente, su una modulazione di cinque sole note. Nel canto, le terminazioni latine si congiungono alle forme dell'idioma natale; di tratto in tratto, [pg!255] quasi con un ritorno metrico, passa un avverbio in ente seguito da molte gravi rime; e la voce ha una momentanea elevazion di tono; poi l'onda si riabbassa e segue a battere le linee men faticose. Il nome di Gesù ricorre spesso nella rapsodia; e la Passione di Gesù è tutta narrata in strofe irregolari di settenari e di quinari, non senza un certo movimento drammatico.

I coloni in torno ascoltano con animo devoto, guardando il cantore nella bocca. Viene talvolta dai campi su 'l vento un coro di vendemmiatrici o di mietitori, secondo la stagione, a contendere con la pia laude; e l'albero al vento si fa tutto musicale. Mungià, che ha fioco l'udito, continua a cantare i misteri della morte. Le labbra gli stanno aderenti alle gengive deserte, e gli comincia a colar giù pe 'l mento la saliva. Egli imbocca il clarinetto, suona l'intermezzo; poi riprende le strofe. Così va sino alla fine. Sua ricompensa è una piccola misura di frumento, o una caraffa di mosto, o una resta di cipolle, o anche una gallina.

Egli s'alza dalla sedia. Ha una figura alta e macilenta, la schiena curva, i ginocchi volti un poco in dentro. Porta in capo una grande berretta verde e, in ogni stagione, su le spalle un mantello chiuso alla gola da due fermagli di ottone [pg!256] e cadente a mezza coscia. Cammina a fatica, talvolta soffermandosi per tossire.

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Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono piene di fango o di ghiaia, egli si ritira in una soffitta; e là vive insieme con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino che ha nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla rachitide. Nei giorni sereni, egli si fa condurre sotto l'arco di Portanova; siede al sole, sopra un macigno; e si mette a cantare il De profundis, sommessamente, per esercizio della gola. Quasi sempre i mendicanti allora gli fanno cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi, epilettici, lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di croste, di cicatrici, senza denti, senza cigli, senza capelli; fanciulli verdognoli come locuste, scarni, con li occhi vivi delli uccelli di rapina, con la bocca già appassita, taciturni, che covano nel sangue un morbo ereditato; tutti quei mostri della povertà, tutti quei miserevoli avanzi d'una razza disfatta, quelle cenciose creature di Gesù, vengono a fermarsi in torno al cantore e gli parlano come a un eguale.