Spinto da questo pensiero, egli si levò; e con sollecitudine uscì su 'l pianerottolo, stropicciandosi li occhi per meglio guardare. Su 'l tavolo non rimaneva che qualche macchia sanguigna, e sopra vi rideva il sole virginalmente.

“Lu porche? Addó sta lu porche?” gridò, con una voce rauca, il derubato.

Una furibonda agitazione l'invase. Egli discese le scale, vide l'uscio aperto, si percosse la fronte, irruppe fuori urlando, chiamando in torno a sè i [pg!278] lavoratori, chiedendo a tutti se avevano visto il porco, se l'avevano preso. Egli moltiplicava le querele, sollevava ognora più le voci; e il doloroso schiamazzo, risonando per tutta la riviera, giunse fino alli orecchi di Ciávola e del Ristabilito.

Se ne vennero dunque costoro placidamente, in accordo, per godersi lo spettacolo e per continuar la beffa. E come furono giunti in vista, Mastro Peppe, rivolgendosi a loro, tutto dolente e lacrimante, esclamò:

“Uh, pover'a me! Me l'hann'arrubbate lu porche! Uh, pover'a me! E coma facce mo? E coma facce?”

Biagio Quaglia stette un poco a considerare l'aspetto dell'infelicissimo, con socchiusi li occhi tra la canzonatura e l'ammirazione, con china la testa verso una spalla, quasi in atto di giudicare un effetto d'arte mimetica. Poi, accostatosi, fece:

“Eh, sì, sì.... nen ze po' di' de no.... Tu le fi' bbone la parte.”

Peppe, non comprendendo, levò la faccia tutta solcata di gocciole.

“Eh, sì, sì.... sta vote li si fatte propie da furbe,” seguitò il Ristabilito, con una cert'aria di confidenza amichevole.

Peppe, non comprendendo ancora, levò di nuovo [pg!279] la faccia; e le lacrime nelli occhi pieni di stupore gli si arrestarono.