“Lava nghe l'acqua de mare!”

Cirù seguì il consiglio. Gialluca si sottometteva a tutto, facendo un lagno continuo, battendo i denti. Il collo gli era diventato enorme, tutto rosso, in alcuni punti quasi violaceo. In torno alle incisioni cominciavano ad apparire alcune chiazze brunastre. L'infermo provava difficoltà a respirare, a inghiottire; e lo tormentava la sete.

“Arcummánnete a sante Rocche,” gli disse Massacese che aveva finito di aguzzare i pezzi di legno e che aspettava il catrame.

Spinto dal vento, il trabaccolo ora deviava in su, verso Sebenico, perdendo di vista l'isola. Ma, quantunque le onde fossero ancora forti, la burrasca accennava a diminuire. Il sole era a mezzo del cielo, tra nuvole color di ruggine.

I due Talamonte vennero con un vaso di terra pieno di catrame fumante.

Gialluca s'inginocchiò, per rinnovare il voto al santo. Tutti si fecero il segno della croce.

“Oh sante Rocche, sálveme! Te 'mprumette 'na lampa d'argente e l'uoglie pe' tutte l'anne e trenta libbre de ciere. Oh sante Rocche, sálveme [pg!303] tu! Tenghe la mojie e li fijie.... Pietà! Misericordie, sante Rocche mi'!”

Gialluca teneva congiunte le mani; parlava con voce che pareva non fosse più la sua. Poi si rimise a sedere, dicendo semplicemente a Massacese:

“Fa.”

Massacese avvolse in torno ai pezzi di legno un po' di stoppa; e a mano a mano ne tuffava uno nel catrame bollente e con quello strofinava la piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura, versò anche il liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un lamento. Li altri rabbrividivano, in conspetto di quello strazio.