“Ah, si sapisse quante se n'hanne muorte a esse dendre! Siente l'uddore? Nen te s'ha cumenzate a smove nu poche la panze?” [pg!324]

“Urrà! Urrà!”

Verso la Bandiera scorgevasi un luccichio di canne di fucile. Il sindachetto veniva a capo di un manipolo militare per liberar dal carcere il lanzichenecco, a fin di non incorrere nelle ire del Gran Nimico.

Subitamente la plebe, irritata, tumultuò; grida altissime si levarono contro quel vil liberatore di Castellammaresi.

Per tutta la via, dal lazzeretto alla città, fu un clamoroso accompagnamento di sibili e di contumelie. Al lume delle torce, la gazzarra durò fin che le voci non furon roche.

————

Dopo quel primo impeto, la rivolta si andò svolgendo a mano a mano con nuove peripezie. Tutte le botteghe si chiusero. Tutti i cittadini si raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in famigliarità, presi da una furiosa smania di parlare, di gridare, di gesticolare, di manifestare in mille diversi modi un unico pensiero.

Ad ogni tratto giungeva un tribuno recando una notizia. I gruppi si scioglievano, si ricomponevano, variavano, secondo le correnti delle opinioni. E, poichè su tutte le teste la libertà del giorno era vitale e i sorsi dell'aria letificavano [pg!325] come sorsi di vino, si ridestò nei Pescaresi la nativa giocondità beffarda; ed essi seguitarono a far ribellione in una maniera gaia ed ironica, così, per il diletto, per il dispetto, per l'amore delle cose nuove.

Li stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano. Qualunque accordo rimaneva inosservato a causa di abili temporeggiamenti che la debolezza del piccolo sindaco favoriva.

————