“Ogne tante mitte la mana a qua. Nu mo veniamo. Jame a sentì lu vespre.”

L'Ummálido rimase solo. Lo scampanio cresceva, mutando metro. La luce del giorno cominciava a diminuire. Un ulivo, investito dal vento, batteva i rami contro la finestra bassa.

L'Ummálido, seduto, si mise a bagnare la mano, a poco a poco. Come il sangue e i grumi cadevano, il guasto appariva maggiore.

L'Ummálido pensò:

— È tutt'inutile! È pirdute. Sante Gunzelve, a te le offre. — [pg!338]

Prese un coltello, e uscì. Le vie erano deserte. Tutti i devoti erano nella chiesa. Sopra le case correvano le nuvole violacee del tramonto di settembre, come figure d'animali.

Nella chiesa la moltitudine agglomerata cantava quasi in coro, al suono delli stromenti, per intervalli misurati. Un calore intenso emanava dai corpi umani e dai ceri accesi. La testa d'argento di san Gonselvo scintillava dall'alto come un faro.

L'Ummálido entrò. Fra la stupefazione di tutti, camminò sino all'altare.

Egli disse, con voce chiara, tenendo nella sinistra il coltello:

“Sante Gunzelve, a te le offre.”