“Non è morto. Respira ancora.”
Un mormorío sordo corse per la folla, e i più vicini si protesero per guardare; e l'inquietudine dei lontani cominciò a rompere in clamori. Due donne portarono un boccale d'acqua, un'altra portò de' brandelli di tela; un giovinetto offerse una zucca piena di vino. Fu lavata la faccia al ferito, fu fermato il flusso del sangue alla fronte, fu rialzato il capo. Sorsero quindi alte le voci, chiedendo le cause del fatto. — Le cento libbre di cera mancavano; appena pochi frantumi di candela rimanevano tra li interstizi delle tavole nel fondo del traino.
I giudizi, in mezzo al sommovimento, di più in più si accendevano e s'inasprivano e cozzavano. E come un antico odio ereditario ferveva contro il paese di Mascálico, posto di contro su l'altra riva del fiume, Giacobbe disse con la voce rauca, velenosamente:
“Che i ceri sieno serviti a San Gonselvo?” [pg!9]
Allora fu come una scintilla d'incendio. Lo spirito di chiesa si risvegliò d'un tratto in quella gente abbrutita per tanti anni nel culto cieco e feroce del suo unico idolo. Le parole del fanatico di bocca in bocca si propagarono. E sotto il rossore tragico del crepuscolo, la moltitudine tumultuante aveva apparenza d'una tribù di zingari ammutinati.
Il nome del santo rompeva da tutte le gole, come un grido di guerra. I più ardenti gittavano imprecazioni contro la parte del fiume, agitando le braccia, tendendo i pugni. Poi, tutti quei volti accesi dalla collera e dalla luce, larghi e possenti, a cui i cerchi d'oro delli orecchi e il gran ciuffo della fronte davano uno strano aspetto di barbarie, tutti quei volti si tesero verso il giacente, si addolcirono di misericordia. Ci fu in torno al traino una sollecitudine pietosa di femmine che volevano rianimare l'agonizzante: tante mani amorevoli gli cambiarono le strisce di tela su le ferite, gli spruzzarono d'acqua la faccia, gli accostarono alle labbra bianche la zucca del vino, gli composero una specie di guanciale più molle sotto la testa.
“Pallura, povero Pallura, non rispondi?”
Egli stava supino, con gli occhi chiusi, con la bocca semiaperta, con una lanugine bruna sulle [pg!10] gote e su 'l mento, con una mite beltà di giovinezza ancora trasparente dai tratti tesi nella convulsione del dolore. Di sotto alla fasciatura della fronte gli colava un fil di sangue giù per la tempia; alli angoli della bocca apparivano piccole bolle di schiuma rossigna; e dalla gola gli usciva una specie di sibilo fioco, interrotto, come il suono del gargarismo d'un malato. In torno a lui le cure, le domande, li sguardi febbrili crescevano. La cavalla ogni tanto scoteva la testa e nitriva verso le case. Un'atmosfera come d'uragano imminente pesava su tutto il paese.
S'intesero allora grida femminili verso la piazza, grida di madre, che parvero più alte in mezzo al subitaneo ammutolimento di tutte le altre voci. E una donna enorme, tutta soffocata di adipe, attraversò la folla, giunse gridando presso il traino. Come ella era grave e non poteva salirvi, s'abbattè su i piedi del figlio, con parole d'amore tra i singhiozzi, con laceramenti così acuti di voce rotta e con una espressione di dolore così terribilmente comica che per tutti li astanti corse un brivido e tutti rivolsero altrove la faccia.
“Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia!...” gridava la vedova, senza finire, baciando i piedi del ferito, attraendolo a sè verso terra. [pg!11]