“Brava! Brava! Brava!”
Disse Don Paolo Seccia, forte:
“'O vi', 'o vi', s'è 'mpazzito Ussorio!”
Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pumèrici rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità e cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce serpentine.
Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne proteggevano, non le rampogne di Sertorio a Carnioli, non le canzonette dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla voluttà antecedente. — Leonora! Leonora! —
E Leonora ricomparve a braccio del conte di [pg!182] Lara, scendendo da un padiglione. E toccò il culmine del trionfo.
Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d'argento e di fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo di piede allo strascico e scoprendo nell'atto la caviglia. Poi, inframezzando le parole di mille vezzi e di mille lezi, cantò fra giocosa e beffarda:
Io son la farfalla che scherza tra i fiori....
Quasi un delirio prese il pubblico, a quell'aria già nota. La contessa d'Amalfi, sentendo salire fino a sè l'ammirazione ardente delli uomini e la cupidigia, s'inebriò; moltiplicò le seduzioni del gesto e del passo; salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa, segnata dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.
Son l'ape che solo di mèle si pasce;
M'inebrio all'azzurro d'un limpido ciel....