E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere affascinato e si attaccò all'altro che già da qualche tempo seguiva con occhi pieni d'invidia e di dispetto li avvolgimenti della coppia tra la folla danzante.

Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della fanciulla adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la cantatrice nella danza. Egli girava affannosamente, con il naso su 'l seno della donna; e il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si piegava, rivi di sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per le tempie. Non potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due mani lo sorressero; e una voce beffarda gli disse nell'orecchio:

“Don Giovà, riprendete fiato!”

Era la voce dell'Areopagita. Il quale a sua volta trasse la bella nella danza.

Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato su 'l fianco, battendo il piede ad ogni cadenza, [pg!188] cercando parer leggero e molle come una piuma, con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente mobili che in torno a lui le risa e i motti dei pulcinella cominciarono a grandinare.

“Un soldo si paga, signori!”

“Ecco l'orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate, signori!”

“Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?”

“'O vi'! 'O vi'! L'urangutango!”

Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare.