“'Na cenetta,” rispose. “Ma!...”
E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere eccellente e rara.
Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal volto ed aprì un poco su 'l seno il dominò. Dentro il cappuccio scarlatto la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace. [pg!191] Per l'apertura del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava l'illusione della carne viva.
“Salute!” esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente.
E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s'ingrandì. Dopo molto rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano in torno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle elezioni del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per antonomasia, il principale.
Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola, ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita con sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra la sua corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè sentiva l'oro; e, ormai liberata [pg!192] dal cappuccio, con i capelli un po' in ribellione per la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua naturale giocondità un po' clamorosa e puerile.
D'in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre o quattro arlecchini camminavano su 'l pavimento, con le mani e con i piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava un tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica, gittando brevi gridi; e un gruppo di giovini stava a guardare con li occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le quadriglie con gran bravura:
“Balancez! Tour de mains! Rond à gauche!”
A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo D'Amelio, Don Camillo D'Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d'in torno stavano a guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto in [pg!193] tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano.
Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi, per far ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e sorridevano, ancora masticando, al principale, sotto la pioggia nivea. Ma Don Antonio Brattella s'impermalì e fece per andarsene. Tutti li altri, contro di lui, misero un clamore basso che pareva un abbaiamento.