Gregorio dunque nella sua codificazione musicale, imitò Ambrogio, temperando il canto a poche, brevi, e semplici note.
Benedetto di Norcia, che imitando gli eremiti di Oriente, fondò in Occidente il monachismo, e v’impresse la sua forma caratteristica, conservando e rinovando quanto potea dirsi civile in quei barbarici tempi da Montecassino nel 529, segnava ai suoi primi monaci lavoratori, i rituali dei canto, che modellati poscia alle Gregoriane riforme, vennero diffusi dai Benedettini nelle primitive abbazie di Nonantola, Bobbio, Tours, Novalesa, San Gallo, Cluny, Corbia, Fulda, e tant’altre; e colle lettere e le arti, anche i monacali canti furono portati a semente di civiltà, da Patrizio in Irlanda, da Agostino in Inghilterra, da Vilfrido nella Frisia, da Colombano e Bonifacio nell’Elvezia e in Alemagna[49].
Oltre a questo primitivo esercito del papato, tipo di tutte le posteriori associazioni religiose, ciascun missionario che partiva da Roma, alla conversione dei barbari, portava con lui un esemplare di quei canti consacrati e venerabili che propagava colla parola dell’Evangelio.
Ma sottoposti a interpretazioni così diverse, e trasmessi con segni confusi e una notazione molto imperfetta, non tardarono anche questi a corrompersi. Alla fine del 7.º secolo i cantori novellamente non s’intesero più sul numero de’ tuoni, sul carattere alle diverse scale rispettivo.
Ogni paese interpretava in maniera speciale il canto ecclesiastico così fluttuante ne’ tuoni e indeciso nelle forme. Esecutori ignoranti, dalla voce rauca e barbara sopracaricavano quelle melodie secolari delle loro ridicole improvvisazioni. Alterati i tuoni, troncate le parole, le note cadenti con certi lazzi d’una grossolana vocalizzazione, talchè l’orribile cacofonia, disse un autor di que’ tempi, rassomigliava al nitrir di cavallo — hinnitus equinus. — E infatti si giunse poi a trasformare il sacro coro in stallaggio o fiera dell’Asino[50].
La Francia specialmente porse incredibili esempj di tal confusione nel linguaggio de’ canti; nè valse l’autorità ecclesiastica a frenarli, per quella guisa che la sua tutela non rattenne le rivolte della eresia. Volevansi i genj delle ispirazioni come quelli del libero arbitrio.
Peraltro anche quel disordine era fecondo: elaboravasi in esso sotto l’azione della sbrigliata fantasia gli elementi della musica futura.
Si esercitarono intorno ad esso gli sforzi d’uomini dotti che si studiarono di richiamare le antiche severe note e renderle accette col rivestirle d’armonici tentativi, come fece Ubaldo di Sant’Amando; finchè si venne ai successi di Guido, di Dufay, di Glareanus; alle perfezioni di Palestrina.
La Chiesa infatti, rispetto alla musica, fece quello realmente che per tutte le arti belle ha operato, e che consuona a que’ intendimenti che costituiscono l’oggetto del suo culto esteriore, che con le meraviglie dell’arte e con la pompa delle cerimonie fa impressione sui sensi per modo da dilettarli e condurli appropriatamente alla più facile e spontanea elevazione della mente, alla divinità.
Onde la storia ci appalesa com’ella non rifiutasse i veri e sani progressi e dell’arti e della musica; e se la immobilità de’ suoi principj non permettevano di tramutare interamente le espressioni e i costumi, di abbandonare o lasciare in dimenticanza le prime pratiche per assumerne di nuove affatto o diversificate essenzialmente, lasciò peraltro sussistere quanto non potea nuocerle nella sua vita, ed anzi le recava più forza e splendor maggiore. Per quella guisa che l’antica quercia non disdegna le fronde giovani e vaghe che attorno il suo tronco si rinnovellano, non vietò la Chiesa che accanto alle nude pareti, alle anguste cripte, alle rozze imagini, le arti colle loro ispirazioni levassero basiliche insigni, aurei mosaici, dipinture eleganti; e senza ledere l’immobilità di suo linguaggio, anche le originarie sue cantilene rimanessero alternate dalle espressioni più vive d’affetto, più colorite di passione; onde accolse gl’inni Ambrosiani semplici ed ispirati — le lodi sobrie e pietose di San Tommaso (autore del Lauda Sion), dette i muggiti del Bue d’Acquino[51] — le gravi e meste notazioni del Celano (sul Dies irae) e de’ seguaci suoi Francescani; tollerò perfino ed a lungo, le arie amorose de’ Trovatori sposate alle religiose parole[52] — quindi accettò quasi a purificamento e ad onore le cantiche magistrali di Palestrina e d’Allegri — gl’intralciamenti armoniosi del Bai e del Janacconi — e infine, la sentimentale Preghiera del Mosè e il lamento magnifico dello Stabat di Rossini.