«Molto diverso è il canto d’una voce sola che si accompagna col suono d’un altro strumento ritornato, si può dire, di morte a vita in questo secolo, per opera massimamente di Giulio Caccini. A queste melodie si suole aggiungere l’accompagnamento della parte istrumentale, comunemente nel grave, e consiste per lo più in note lunghe...»
E lo scolare di Caccini e suo compagno di riforma Jacopo Peri scrisse:
«Benchè dal sig. Emilio del Cavaliere, prima che da ogni altro, ch’io sappia, con meravigliosa invenzione ci fosse fatto udire la nostra musica sulle scene, piacque nondimeno al sig. Jacopo Corsi ed Ottavio Rinuccini (fin l’anno 1594) ch’io adoperandola in altra guisa, mettessi sotto le note la favola di Dafne, per fare una semplice pruova di quello che potesse il canto dell’età nostra, onde veduto che si trattava di poesia drammatica,.... stimai gli antichi Greci e Romani (i quali secondo l’opinione di molti cantavano sulle scene le tragedie intere) usassero un’armonia, che avanzando quella del parlare ordinario, scendesse tanto dalla melodia del cantare, che pigliasse forma di cosa mezzana. E perciò tralasciata qualunque altra maniera di canto udita fin qui mi diedi tutto a ricercare l’imitazione che si debbe a questi poemi. — Conobbi parimente nel nostro parlare alcune voci intonarsi in guisa, che vi si può fondare armonia, e nel corso della favella passarsi per altre note che non s’intuonano, finchè si ritorni ad altra capace di nuova consonanza; ed avuto riguardo a quei moti ed a quegli accenti, che nel dolerci, nel rallegrarci, e in somiglianti cose ci servono, feci muovere il basso al tempo di quegli, or più, or meno, secondo gli affetti, e lo tenni fermo tra le false e tra le buone proporzioni, finchè scorrendo per varie note la voce di chi ragiona, arrivasse a quello che nel parlare ordinario intonandosi apre la via a nuovo concento, ecc.»
— Questa apparentemente cotanto semplice innovazione, divenne la fonte di una nuova arte. Finalmente gli strumenti furono richiamati dal loro esiglio, ed i musici cominciarono a capire la naturale missione degli stessi, quella cioè di servire d’accompagnamento al canto. — Così si esprime il prof. De Castrone-Marchesi discutendo sull’Origine dell’Opera; e fa osservare come fatto rimarchevole che «questa trasformazione sembra essersi fatta senza esitazione alcuna, e di già nei primi madrigali ad una voce di Caccini composti per, come egli stesso afferma ben prima dalla fine del secolo 16, la tonalità, la fine delle cadenze, e le modulazioni non differiscono punto dalle composizioni le più moderne. Che, se i gentiluomini dell’eletto circolo del conte Vernio proponendosi di rintracciare la tragedia cantata dai Greci non la ritrovarono, pure, tal che gli alchimisti nel cercare la pietra filosofale scoprirono la chimica, così anche correndo dietro alle chimeriche traccie della tragedia greca fu trovata e creata l’opera seria moderna. E, qualunque si fossero o saranno mai state le modificazioni apportate da altri popoli dell’Europa a quest’arte divina, la gloria dell’invenzione della idea e della forma è italiana, è nostra gloria. —
E l’opera di Jacopo Peri, Euridice, è la più antica che fosse pervenuta sino a noi.»
Il cui genere di canto, se il Peri non potè affermare essere quello appunto usato dai Greci e dai Romani nelle loro tragedie, fu da lui ritenuto «il solo che possa fornirci la nostra musica, poichè il più adattato alla nostra lingua.»
Nullostante il dubbio d’uno dei medesimi creatori di questa prima forma di musica vocale pel dramma lirico, l’erudito Baini pure asserisce che quella specie di recitativo obbligato introdotto dai fiorentini cantori, corrispondeva perfettamente a quel recitativo identico al ritmo ed alle modulazioni della declamazione adoperato dai Greci e conosciuto col nome di melopea.
In quanto al merito che ai Fiorentini vien fatto dell’invenzione di siffatti recitativi, dovrò ricordare che in quell’epoca istessa, ed anche qualche anno prima della metà di quel secolo, a Venezia erasi già trovato questo modo di canto pel genere buffo, della qual musica Giovanni Croce fu iniziatore. Anzi il veneziano Croce (detto Chiozzotto) vien ritenuto primo anche a comporre certi piccoli drammi d’azione facilissima, cui egli dava pure il nome di Cantate.
La raccolta delle quali composizioni a quattro, a cinque, a sei e a sette voci, piacque a lui intitolare Triaca Musicale (Venezia 1596), quasi a gara di quel farmaco onde Venezia andava famosa.
E in pari tempo il Viadana nelle sue proponeva simili recitativi; imitati anche da Lelio Bertani madrigalista a più voci, fiorito in Brescia e in Venezia nel 1584-85.