Eppure restano le storie, i templi, i teatri, i monumenti, ma quegl’angeli sorvolano inosservati ai posteri più vicini, e di lor non resta nota o memoria.
La Francia, prima a Strasburgo, quindi a Marsiglia, a Parigi ed in ogni angolo delle sue terre, fino dal 1792 ripetè, ed anche non ha guari, ahi tanto fatalmente! il suo canto solenne di guerra ma ricorderebbe il primo ispirato cantore, se non ne fosse stato anche l’inventore e poeta?.. Fu Claudio Giuseppe Rouget de Lisle, che sulle reminiscenze d’una antica popolare romanza alsaziana[154], nuovo Tirteo, diede quel Canto all’Armata del Reno, battezzato poi per Marseillaise, dai soldati di questa città che primi l’accettarono.
Strasburgo medesima, ricorda forse la Dietrich che dal labbro del compositore in quel tempo apprese quel canto intuonandolo sulle eroiche sue mura?
M.ª Conneau, cultrice esimia del canto, esule in Inghilterra, che interpreta la dolorosa Cantata di Gounod sulle lamentazioni di Geremia nuovamente adattate alle sorti della sua Francia e della capitale regina fatta vedova e deserta, verrebbe ricordata oltre all’epoca della Esposizione artistica in Londra (maggio 1871), se l’illustre cantatrice non facesse risovvenire l’intima amicizia e clientela del terzo Bonaparte caduto, e se la memoria di lei non s’associasse a quella dello splendido avvenimento per cui le composizioni ed il canto delle principali Nazioni a quella Esposizione mondiale vennero con onore rappresentate?
Ramenteranno a lungo Italia ed Europa i primi agilissimi gorgheggiatori delle eterne fioriture proposte da Cimarosa e da Rossini, quale fu il tenor Vincenzo De Rosa, primo a cantare la parte d’Almaviva, sulle norme di Emanuele Garcia[155]; ed altri che senza una estensione acutissima, pure crearono eletti modi di canto, quali il Crivelli nel Turco in Italia, e Donzelli sotto le spoglie del Bravo?
Rammenteranno quelli che con una declamazione spiegata e potente ardirono salire alle modulazioni di Rubini colle note piene e tenute, intese di raro nei vecchi canti, nè prima richieste dai compositori?
Parlo dei nostri stentorei, che ai si e do maravigliosi seppero pure accoppiare la dolcezza della voce sovrana di tenore e all’anima penetrante.
Cuzzani, l’Ernani appassionatissimo — Mirate, indifferente a declamare È il sol dell’anima, la vita è amore (Rigoletto) — Negrini, che scorse la sua stella Mesta d’incerto raggio (Ebreo)[156] — Carrion, che sfida Il più crudel periglio (N. Mosè) — Tiberini, che Ignoto incanto prova (Matilde di Chabran) — Fancelli, che ripete Il caro accento (Ugonotti) — Villani, e la sua Figlia diletta (Ebrea) — Tamberlick, D’ogni re maggior (Trovatore) — Steger sublime nei casi di Don Carlos — Brignoli, che l’America chiama il tenore dalla voce d’argento — Fraschini, prodigio che, sessantenne, lega e fonde ancora note potenti e flessibili nelle passioni di D. Alvaro (Forza del Destino) — Mario, il lovely tenor di Londra, che alla vibrata azione del Masaniello, fa succedere lo Spirto gentil della Favorita, in dolce cantilena, colla quale proponevasi di dare addio alla vita d’artista che fu l’idolo d’una generazione (Plymouth 1870), ma più degl’anni in lui potè l’amore, e coll’antica voce ritornò alle scene!
Schiera eletta d’artisti dalla voce che supera in dolcezza ogni espression di natura; che trovarono favori presso ogni gente, che dai regnanti ebbero onori; onde i figli del popolo pel genial merto insigniti vennero, con nuovo costume, dei più serbati gradi cavallereschi da governi monarchici e repubblicani, in omaggio all’arte libera e cosmopolita; colla quale liberalità forse prima la Spagna, derogando dalle aristocratiche leggi, decorò de’ suoi ordini, fra primi, i tenori Tamberlik, Fraschini, Mongini, Stagno, Naudin, Ugolini, Perotti, De Azula, Baragli, Bulterini.
Novello costume che nobilita la virtù artistica ed obbliga in pari tempo alle morali virtù. Il titolo di Cantante di camera di questa o quella Altezza o Maestà Sovrana, fin qui e tuttora conferito, potrà trovar derivazione o riscontro nella esclusività di esercizio all’una o all’altra corte degli antichi giullari e trovatori, che godeano perfino de’ privilegi cavallereschi, senza esser dessi cavalieri.